L'organizzazione è un luogo, e il manager l'architetto

di Alessandro Donadio - 11 dicembre 2013

"In una caverna sotto terra viveva uno Hobbit.

Non era una caverna brutta, sporca, umida,

piena di resti di vermi e di trasudo fetido,

e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa,

con dentro niente per sedersi o da mangiare:

era una caverna hobbit, cioè comodissima..."


Secondo Marc Augé i cosiddetti luoghi antropologici sono quegli ambienti che le persone abitano perché caratterizzati da tre dimensioni interagenti:

  • identità;
  • relazione;
  • storicità.

Ogni ambito umano ha nell’elemento identitario il grande collante intorno al quale le persone si concentrano. Questo determina le ragioni dello stare insieme, che vengono poi scaricate sullo spazio anche fisico in cui questa si esplica.

Dalla casa per una famiglia, alla sede associativa per un gruppo di volontari o amatori, al bar in cui oltre agli avventori estemporanei si possono vedere delle figure che letteralmente quello spazio lo abitano.

L’identità è certamente generata dalle persone, soprattutto da coloro che in qualche modo possono essere ritenuti i fondatori di quel luogo. Ma essa stessa – l’identità – agisce in forma diretta su coloro che si aggregano, definendo un ambito che si coglie a diversi livelli di percezione se si entra in questi spazi per la prima volta. 

La relazione è condizione fondamentale perché ci si trovi in un luogo antropologico. Se l’identità, in una metafora, “fa guardare tutti nella stessa direzione”, la rete di relazioni “fa guardare le persone fra loro”. Questa trama di relazioni è il tessuto che regge il sistema, che lo perpetua nel tempo.

Sono le persone con le loro relazioni ad alimentare l’identità stessa, a promuoverla all’esterno, ad insegnarla ai nuovi arrivati.

Le relazioni sono poi il campo del vissuto pratico di quel gruppo nel day by day.

La storicità è una componente che secondo Augé traccia la differenza fra luoghi antropologici in senso pieno ed altri estemporanei in cui certi fattori identitari si possono anche generare, e certe relazioni creare, ma poi sciogliersi molto velocemente.

Alcune convention aziendali, certi gruppi di viaggio, infatti, possono creare forti elementi identitari, e relazioni che in modo one to one vanno oltre quell’esperienza. Ma non sono luoghi nel senso pieno perché poi in chiave sociale si svuotano come una città evacuata.

La storicità invece dà una chiave di lettura di esperienza umana che si gioca sul lungo termine, fatta di azioni che si ripetono, di scelte prese insieme che cambiano il sistema, di identità sempre alimentata e protetta nel tempo.

Se vi sono questi tre aspetti interagenti quindi secondo Augé siamo di fronte ad un luogo antropologico pieno: uno spazio sociale, fisico ma non solo, in cui le persone progettano lo stare insieme ogni giorno. 

L’organizzazione è un luogo

Se il paradigma che Augé ci consegna è vero, l’organizzazione è a tutti gli effetti un luogo antropologico.

Qui infatti il fattore identitario è innegabilmente presente, tradotto negli stili culturali di quella organizzazione, nei suoi valori di riferimento, nei suoi modelli manageriali e comportamentali.

Le relazioni si perpetuano giornalmente, si consolidano - pur nel gioco fra incontri e scontri -, si arricchiscono con nuovi ingressi e ricambi nel tempo.

La storicità è componente presentissima perché è anche un obiettivo stesso dell’azienda, quello di prosperare nel tempo insieme ai suoi componenti.

L’organizzazione aziendale è quindi un luogo abitato da persone impegnate giornalmente nel produrre identità in cui riconoscersi, relazioni attraverso cui sostenersi, storicità di azione su cui fondare il futuro.

Il manager è un architetto di luoghi

Perché questa chiave di lettura dovrebbe essere interessante per un titolare, un manager o un capo?

In sostanza perché nella profonda crisi che vive il concetto di leadership negli ultimi anni questa definizione dà uno spunto in più per comprendere come alimentare collaborazione, scambio, innovazione che, come abbiamo detto spesso, sono il sale del business oggi.

Il manager architetto si occupa di tenere sempre operativo questo luogo, lavorando sulle tre dimensioni che sono i pilastri dei sistemi organizzativi:

  • il contesto;
  • le persone;
  • le tecnologie abilitanti.

Non si tratta quindi di agire direttamente né sulla dimensione identitaria, né su quella delle relazioni (sulla storicità men che meno, dato che si autoalimenta). Ma piuttosto di lavorare sugli aspetti sia materiali che culturali di quelle tre dimensioni, per lasciare che siano le persone a costruire poi fra loro quel luogo in cui “abitare” pienamente.

Il contesto è dato dai processi e dagli stili manageriali.

I processi devono oggi tendere a chiamare maggiore livelli di collaborazione peer tot peer. A trasversalizzare i dipartimenti, le funzioni, i gruppi. A determinare ambiti di spazio decisionale in cui ognuno può dare il proprio contributo.

In epoca di collaboration, questa è la dimensione che offre maggiore impatto e risultati sull’efficienza interna, rimandando alle persone autonomia e motivazione.

Sulle persone si agisce sia in chiave formativa, per abilitare quelle dimensioni di collaboratività di cui abbiamo parlato, che attraverso modelli di gestione deleganti.

Ricordiamoci in primis che oggi le fonti di auto-apprendimento sono moltissime sulla rete: blog, community, gruppi di discussione. Tutti questi ambiti forniscono le persone di sapere, che possono poi portare nell’azienda. Quello che manca e su cui si può lavorare sono le competenze di teamwork e collaboration che possono aiutarle a far circolare il sapere tecnico di cui dispongono.

Le tecnologie abilitanti chiudono il cerchio: repository condivise, strumenti di comunicazione interattiva one to one e one to many o many to many, spazi di scambio continuo (fisici e virtuali), rendono il luogo maggiormente fruibile per le persone, e più capace di raccogliere il valore che queste stanno creando.

In tutto questo il titolare o manager può agire efficacemente creando contesti di processo, stili manageriali, relazione con le persone e mettendo a disposizione strumenti abilitanti, che cambiano la percezione di quel luogo fra chi lo abita.

Insomma non si tratta di agire sulle persone (pratica che ha fatto il suo tempo, e creando non poche distonie), ma sull’ambiente, come un architetto che si preoccupa che gli spazi siano utili, che ogni anfratto possa essere sfruttato, che ogni stanza sia collegata all’altra.

Si tratta di una nuova costellazione di competenze (organizzative, relazionali, digitali) che i leader devono apprendere nel contesto odierno per meglio liberare risorse e motivazione nella propria azienda/organizzazione.


Alessandro Donadio

@Ale_Donadio

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