Studi professionali: pianificare o procedere a vista?

di Mario Alberto Catarozzo - 9 gennaio 2014

Il libero professionista dell’area legale, si sa, non è un manager. Il suo bagaglio culturale è ricco di nozioni di diritto, economia, fiscalità e, per alcuni, finanza. I corsi universitari che hanno formato il background di ciascuno hanno puntato sul consolidamento di quelle che vengono chiamate hard skills, cioè le materie e competenze centrali della professione di ciascuno. Per chi ha qualche anno in più, poi, anche le lingue straniere erano escluse dal percorso di studi, così come quelle informatiche.

L’avvocato, il commercialista, il consulente del lavoro hanno intrapreso la propria esperienza professionale concentrandosi sui contenuti tecnici che da lì in poi avrebbero maneggiato tra scrivanie, pratiche, riunioni. Il praticante abbracciava la croce della propria gavetta e cominciava la salita che avrebbe portato all’esame di abilitazione con cui avrebbe quasi sempre aperto il proprio studio. Cominciava così l’esperienza in prima linea del professionista tuttofare, colui che armato di santa pazienza avrebbe da quel momento in poi gestito le attività, curato i clienti, portato nuova clientela. Le strutture di studio erano quasi sempre organizzate su base individuale: il titolare dava il nome allo studio e praticanti e collaboratori fornivano supporto alle attività. La giornata-tipo cominciava senza sapere esattamente come si sarebbe svolta, con appuntamenti fissati in agenda e un’idea di massima degli impegni della giornata. A sera la sensazione il più delle volte era di non aver concluso quello che ci si era posti di fare, di non aver mai abbastanza tempo a disposizione, di essere parte di un ingranaggio più grande di noi e di accumulare stress a piene mani.

Molti si chiederanno perché parliamo al passato, in quanto si rivedranno perfettamente tutt’oggi in questa descrizione. La ragione è che non ce lo si può più permettere e quindi va al più presto elaborata una soluzione organizzativa più efficace ed efficiente.

Abbiamo iniziato dicendo che per propria cultura il professionista non è un manager, il che non deve essere una buona giustificazione per non diventarlo. Ma cosa vuol dire in concreto acquisire una mentalità manageriale per un professionista? E come può una tale mentalità essere di ausilio alle attività di studio?

Avere una forma mentis manageriale vuol dire imparare a prevedere, stimare, progettare e verificare le attività; vuol dire procedere per obiettivi e non più per problemi; significa impostare le attività con un lavoro di team e non più prevalentemente in prima persona.
Lo studio professionale, per molteplici ragioni – economiche, di mercato, di cultura, tecnologiche – si sta spostando sempre di più verso un modello organizzativo di tipo aziendale. Immaginate allora se in un’azienda tutti fossero alla produzione e nessuno al marketing, nessuno in cabina di pilotaggio, nessuno al customer care. Cosa accadrebbe? Si produrrebbero servizi e prodotti, ma non ci sarebbe nessuno a promuoverli, oppure a verificarne la qualità o l’efficienza produttiva della struttura, nessuno a prendere decisioni ponderate, nessuno a innovare.

Ebbene, qualcosa di simile accade negli studi. Se manca una leadership, se nessuno è deputato a occuparsi di attività di comunicazione e marketing, se non c’è una cura del cliente specifica, lo studio poco alla volta rischia di uscire dal mercato. Dunque, cogliamo l’occasione di inizio anno nuovo per fare il punto della situazione (si chiama Business Intelligence) e mettere una bandierina che segnerà un nuovo inizio. Chiediamoci quali sono i punti di forza del nostro studio, quali sono le risorse a nostra disposizione, qual è il patrimonio su cui possiamo contare (umano, di relazioni, economico, logistico, morale, di immagine, eccetera). Chiediamoci poi quali sono i gap che la nostra attività presenta, per come è organizzata (o non organizzata), per le persone che vi lavorano, per le competenze, per la tipologia di clientela, per l’area geografica coperta, eccetera. Fatto ciò, quindi realizzata una fotografia dell’esistente, fissate per il medio periodo – diciamo per l’anno 2014 – quali sono ragionevolmente (e in modo sfidante) gli obiettivi che vi entusiasmano e raggiunti i quali sarete soddisfatti. Chiedetevi cosa dovrà essere accaduto al 31 dicembre 2014 per essere soddisfatti dell’anno trascorso. Ricordate che gli obiettivi devono essere smart (specifici, misurabili, accettabili, realistici, temporizzati). Tutto ciò che è:

  • senza scadenza;
  • non misurabile;
  • un puro desiderio;
  • espresso al condizionale;
  • irrealistico;
  • fuori dal vostro controllo diretto

    non è un obiettivo; al massimo sarà una speranza, sarà un auspicio, ma non un obiettivo. Ebbene, con le speranze e gli auspici non ci possiamo fare nulla, con i veri obiettivi (ben definiti) sì!

    Capite dunque quanto è importante acquisire una nuova chimica mentale, nuove abitudini di pensiero e quindi di comportamento. Niente più giornate iniziate a caso, gestite con l’ottica del pompiere che spegne incendi, del problem solver che risolve un problema dietro l’altro. Basta con tutto ciò! Il vostro compito non è risolvere problemi, ma gestire un’attività di consulenza per i vostri clienti e realizzare un vostro progetto professionale.

    D’ora in poi dovrete avere il timone stretto tra le mani, dovrete pianificare le attività, stimare i tempi, definire le priorità, fissarvi momenti di verifica per capire se state procedendo nel verso giusto e con la velocità desiderata e quindi gratificarvi per i successi e prendervi salutari momenti di riposo per recuperare le energie.

    Il viaggio che vi attende davanti, il futuro, non permette più la navigazione a vista, richiede preparazione, richiede organizzazione e richiede strategia di azione.

    Buon 2014 ricco di soddisfazioni, sono per tutti a portata di mano, se si sa come costruirle passo dopo passo.


    Mario Alberto Catarozzo

    @MarAlbCat

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