L'innovazione: persone prima di tecnologia

di Alessandro Donadio - 6 marzo 2014

“L'innovazione non è mai arrivata attraverso la burocrazia e la gerarchia. È sempre arrivata attraverso gli individui.” (John Sculley) 

“L'apprendimento e l'innovazione vanno mano nella mano. L'arroganza del successo è di pensare che ciò che hai fatto ieri sarà sufficiente per domani.” (William Pollard)

“L'innovazione è lo strumento specifico dell'imprenditoria. L'atto che favorisce il successo con una nuova capacità di creare benessere.” (Peter Ferdinand Drucker)
 

Innovazione: un mantra post-moderno o una necessità fondamentale?

Parlare di innovazione vuol dire, in qualche modo, essere poco originali. In effetti il tema è posto oggi più nei termini di come e con quanta velocità innoviamo, piuttosto che di come la usiamo quale leva organizzativa reale a supporto del business.

Questo dipende certamente dalla retorica imperante che oggi assume ogni discorso che ha a che vedere con l’innovazione. Un mantra quindi che non risparmia niente e nessuno.

Provando a tenerci lontani da questo terreno però, come definiamo l’innovazione in azienda, e che cosa vuol dire questo per l’organizzazione?

Intanto cominciamo con il dire che innovare non vuol dire distruggere quello che c’è.

Diciamo, quantomeno, che questa non è la sola via per fare rinnovamento nelle organizzazioni.

L’innovazione è più spesso, e con maggiore efficacia, una road-map. Una progressione che offre alle organizzazioni una sostenibilità reale al rinnovamento, il quale deve essere sensibile al terreno in cui questa si gioca: cultura organizzativa e persone.

Capiamoci. Ogni impresa cambia, almeno come reazione agli stimoli esterni che gli vengono dal mercato, dai clienti, dai competitor. Appena smette di farlo esce dal sistema.

Ma questo processo deve essere in qualche modo consapevole, governato, per non scadere in spontaneismo che genera un valore poi non facilmente riproducibile.

Pensiamo alla digitalizzazione di alcuni processi interni come la condivisione dei documenti, oppure ad elementi di relazione con i clienti attraverso piattaforme online.

Il passaggio a queste modalità ha bisogno di abbattimenti di barriere all’ingresso che hanno a che vedere con le competenze minime di utilizzo. E poi, sempre, deve confrontarsi con la risposta ad un bisogno reale piuttosto che ad una mera istanza di fare innovazione per sé.

Questo chiede molta attenzione, che d’altra parte però non vuol dire titubanza o mollezza.

L'innovazione è per le start up tecnologiche in mercati "giovani"... o no?

Altra questione è quella dei settori, tipologie, di aziende in cui l’innovazione sarebbe utile rispetto ad altre in cui non genererebbe vantaggi sostanziali.

Posto che innovazione organizzativa non vuol necessariamente dire digitalizzazione tecnologica, non possiamo non prendere atto che l’ecosistema di opportunità offertoci dalle tecnologie odierne sia davvero un’occasione da non perdere.

Ma le tecnologie digitali come fattori abilitativi di nuovi modi di comunicare, archiviare, lavorare insieme, devono incastonarsi in processi che possono essere anche molto tradizionali.

La produzione di un documento, per esempio, oggi ha tipicamente passaggi di questo tipo: 

1) bozza in word > 2) prima condivisione via mail con colleghi/capi/clienti > 3) restituzione con elementi aggiuntivi/correttivi richiesti > 4) rivisitazione della bozza > 5) invio di nuova versione… sempre via mail > in qualche caso ripeti più volte le fasi da 2 a 5 > archiviazione.

Ora immaginate questo stesso processo gestito attraverso strumenti di co-scrittura come wiki o analoghi (Evernote per esempio).  E con modalità di archiviazione in cloud (dropbox, Google drive, eccetera).

L’effetto è quello di diventare maggiormente efficienti, ridurre occasioni di errori e difficoltà di reperimento di versioni validate.

Un’innovazione di questo tipo di fatto non è relegabile a settori particolari, ma piuttosto chiama ogni organizzazione ad una riflessione in questo senso.

Ma come faccio innovazione praticamente?

Attenzione però. Se leggessimo l’esempio fatto sopra appuntandoci sul solo lato tecnologico faremmo un errore. In effetti in ognuno di quei passaggi continuiamo a trovare la persona che usa opportunamente strumenti al fine di generare un output efficiente ed efficace.

E la persona deve essere formata, accompagnata, abilitata in questo utilizzo.

Non solo. In quel processo “digitalizzato” scorgiamo anche una meta-competenza organizzativa che ha a che vedere con l’innovazione: l’approccio collaborativo.

E questa dimensione, come abbiamo detto spesso, non è attivata dalla tecnologia, ma dalla consapevolezza che l’organizzazione collaborativa è oggi la leva per fare risoluzione di problemi, gestione dei clienti, ottimizzazione della comunicazione come non è stato possibile fino ad ora.

Ricordiamoci anche che per gli studi professionali, dove la compliance normativa è padrona, sono proprio i “servizi correlati” a diventare fattori distintivi in chiave di offerta al cliente: la comunicazione, la condivisione documentale, il passaggio informativo, la relazione che può essere gestita in chiave di multi-canalità.

Allora per fare innovazione in studio concretamente dobbiamo:

  • individuare dei processi su cui è possibile lavorare in chiave innovativa (e che siano risposte a reali esigenze);
  • fare benchmarking, cioè provare ad individuare in competitor, conoscenti, imprese analoghe alle nostre, dei casi significativi da cui possiamo imparare o trarre spunto;
  • se non ve ne sono, non aver paura di tentare qualcosa di nuovo;
  • lavorare con i propri collaboratori, e perché no, con alcuni clienti, per rivisitare dei processi o introdurne di nuovi in modo partecipato e collaborativo. Questa è chiave di volta oggi. Ogni innovazione trova nella co-progettazione la leva di una buona riuscita della stessa.

Per riassumere direi che:

  • di fatto non si può non innovare in quanto la spinta all’adattamento ce lo chiede;
  • l’innovazione però si pone il più delle volte come un processo evolutivo, più che rivoluzionario;
  • l’innovazione si attiva e gestisce in chiave progettuale attraverso l’apporto di persone e strumenti abilitanti in progetti pilota che servono a sperimentare e fare apprendimento.

 
Alessandro Donadio

@Ale_Donadio

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