Professionisti, meglio associarsi? La risposta in un rapporto Censis/Adepp

di Maria Rosaria Iovinella - 10 novembre 2015

I giovani che guardano al mondo della libera professione come sbocco lavorativo, ma anche come affermazione di sogni e passioni a lungo coltivati, farebbero bene a leggere il ricco rapporto elaborato dal Censis con AdEPP (Associazione degli enti previdenziali privati) “Le professioni in Italia: una ricchezza per l'Europa, recentemente presentato a Roma, che fotografa un mondo in evoluzione nel complesso ma ancora molto ancorato alle sue dinamiche più caratterizzanti. Una di queste però, ovvero la forte impronta individuale, rischia di poter essere una scelta che zavorra il professionista e su cui è meglio riflettere, soprattutto quando si supera la fase della mono-committenza o consulenza, stadio basico della professione.

Dal rapporto emerge infatti che in media il 75,9% dei professionisti svolge in solitario la propria attività professionale, ma anche che una larga quota di giovani, sebbene sotto il 50%, già entro i 40, risulta titolare di studio professionale. Riducendosi la fetta di persone che subentra nello studio di famiglia, e facendosi dominante la scelta libera, tale propensione all'autonomia fa piacere, intesa come voglia di lanciare la sfida al mercato, ma poi ci sono altri aspetti da prendere in considerazione, come emerge da altri punti del rapporto.

Chi si associa ha un asset in più quando si va a presidiare il mercato, che spesso chiede prestazioni miste: la modalità di esercizio dell'attività professionale finisce per impattare sulla tipologia di prestazioni offerte dallo studio, ma chi lavora con gli altri sarà più tendente a offrire servizi meno specializzati ma più ampi. Molto dipende anche dal tipo di settore in cui si opera, ma se una carriera è fatta da tante fasi, è proprio quella dello stadio di attività in associazione con altri professionisti che più può riservare una chance di arricchire competenze, anche se va superata quella logica che vede, nell'85% dei casi, l'associazione tra professionisti prevalentemente dello stesso gruppo, piuttosto che tra soggetti complementari.

Ma strutturarsi non basta, bisogna anche contarsi perché se lavorare in due non è la stessa cosa che lavorare da soli, neanche lavorare in coppia è la stessa cosa che lavorare in cinque, occorrenza inferiore al 10% dei casi, secondo il report. Non si può negare che il target di riferimento influenza queste scelte, perché i professionisti operano anche nelle province, nei paesi e laddove si restringe la diversificazione della domanda, a causa di condizioni strutturali del tessuto economico locale, si assottiglia di rimando anche la capacità di risposta. Tuttavia, il rischio, quando si lavora da soli o non si ampliano le competenze, è che l'ancoraggio alla realtà locale cessi di essere scelta volontaria e diventi scelta obbligata, perché manca quel guizzo per proiettarsi verso platee più ampie ma che chiedono servizi ibridi o multispecialistici. Non è una colpa presidiare, molto bene, il mercato locale però, quando la congiuntura economica non è brillante, la fetta di mercato si restringe più facilmente ed è una dinamica che impatta molto di più sulle donne, che pur avendo tutti i titoli per espandersi in contesti dove si chiedono competenze più complesse, sono in genere più legate al territorio.

Meglio campioni in patria, meglio se in solitaria, o uniti nelle sfide a larga portata ma in forma associata? I numeri dicono che il 24,2% delle realtà con almeno 3 soci operano sul mercato nazionale e l'11,9% con oltre 5 associati opera su quello internazionale. Quanti sono quelli che invece, in due operano sul mercato nazionale? Il 6,2%. E su quello internazionale? Il 3,1%. Per tutti e tre i casi (studi associati fino a 2, da 3 a 5, e più di 5) il grosso della quota di mercato è comunque legata al contesto cittadino, locale e regionale, e non c'è dubbio, ma più si resta in pochi, e su quello locale, meno si è portati a cambiare anche le piccole prassi.

Solo un caso se ancora il 61% amplia la clientela con il passaparola mentre il 13% usa il sito dello studio, il 6% le iniziative promozionali, il 3% la pubblicità? La logica è che lavorando sul territorio, la buona nomea fa molto. Oppure, per attivare forme di promozione più complesse, bisogna avere più risorse all'interno e poi magari acquisirle all'esterno, e avendo una struttura esigua o molto contenuta non me lo posso permettere.

Non sono meri dettagli ma aspetti da valutare perché quando la crisi si abbatte e si deve sferzare, un aspetto a cui guardare è proprio quello e dell'ampiezza del mercato di riferimento e dei correttivi che si vanno ad attuare, intesi anche come investimento in nuove tecnologie e in comunicazione dei servizi erogabili a platee più estese, e che si sono riscontrati nel 40,8% dei modelli associati rispetto al 29,3% di quelli singoli.

Associarsi è una chance tra le tante per affrontare un mondo, quello dei servizi professionali, che sta evolvendo; la certezza è che i cambiamenti richiedono anche visioni a lungo termine che passano, banalmente, anche dall'uso del web.

 

Maria Rosaria Iovinella

@mrsiovinella

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