Fare bene e farlo sapere: il valore della comunicazione professionale

di Giampiero Vecchiato - 13 febbraio 2017

Se nessuno sa che esisto, forse la mia esistenza è inutile. Soprattutto se fornisco servizi. Magari sono il migliore, il più preparato e competente professionista in un determinato ambito di conoscenze ma se non lo faccio sapere nessun cliente potrà usufruire della mia professionalità, nessun collega potrà riconoscere la mia preparazione, nessuno potrà distinguere le mie abilità professionali. Essere bravi non basta per ottenere successo nel proprio ambito lavorativo. Il saper fare diventa quindi un presupposto, richiesto ed atteso, tutto da comunicare. Serve però farlo sapere, trasmetterlo all’esterno e iniziare a comunicare la propria identità, la propria professionalità.

Alla luce della facilità con cui un messaggio può risultare distorto e alla complessità di controllare i flussi di comunicazione e la loro corretta interpretazione, si rende necessario sviluppare una certa competenza ed abilità nell’emettere i messaggi desiderati, in modo da conferirgli il minor grado di interpretazione possibile.

Abilità comunicative accanto ad abilità professionali quindi, per poter superare il limite delle comunicazioni spontaneamente emesse ed iniziare a gestire il trasferimento dei propri messaggi con consapevolezza ed efficacia.

Trasferire messaggi però non significa comunicare, si tratta di un processo ad una via, unidirezionale e asimmetrico, che presuppone il semplice passaggio di informazioni. Comunicare significa invece andare oltre e condividere un messaggio, in un processo simmetrico di creazione e condivisione delle informazioni, allo scopo di raggiungere un buon livello di comprensione.

L’ambiguità sarà sempre presente, ma un’azione comunicativa perpetuata con trasparenza e chiarezza sarà sicuramente favorita nel conquistarsi un certo grado di credibilità e fiducia, ed irrimediabilmente ciò contagerà anche la fonte stessa del messaggio.

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La comunicazione è un fattore critico di successo e in quanto tale deve essere gestito con professionalità. Essa infatti è in grado di creare valore per un’organizzazione andando ad accrescerne il patrimonio intangibile e rendendo tale patrimonio visibile e percepibile nell’ambiente economico e sociale di riferimento.

La consapevolezza del ruolo della comunicazione nell’equilibrio tra un’organizzazione e il suo ambiente permette di utilizzare questa risorsa a proprio vantaggio, attribuendole quel ruolo immateriale, ma determinante, per influenzare il proprio sviluppo e la propria crescita, per gestire i cambiamenti a cui un’organizzazione è continuamente soggetta, trasformando la non normalità in elemento di integrazione e coesione.

La creazione e l’incremento del valore, fine ultimo di ogni iniziativa di comunicazione, sempre più coincidono con un equivalente aumento e miglioramento della reputazione, concetto che supera largamente quello di immagine (effimero e di breve durata). E la reputazione risulta strettamente collegata alla redditività, al valore di mercato e alla capacità delle organizzazioni di superare i momenti di crisi. Essa inoltre diventa un incentivo nell’attirare talenti ed investimenti, consolida le relazioni con le autorità, con i mass media (on e off line) e con tutti quegli interlocutori che a loro volta influenzano le percezioni diffuse nei diversi pubblici. Clienti prospect in primis.

Reputazione, fiducia e comunicazione insieme consentono quindi di conquistare vantaggi concreti almeno a tre livelli: quello delle richieste di servizi, quello delle decisioni di investimento e quello della fedeltà dei collaboratori interni. Si crea quindi valore ottenendo risultati misurabili attraverso elementi intangibili.

È molto difficile quantificare economicamente l’impatto di una buona immagine sul fatturato di fine anno. È molto facile dimostrare quanto sia complesso riconquistare i favori del pubblico quando la credibilità dei prodotti/servizi è stata danneggiata da una cattiva reputazione dell’organizzazione.

Entro i prossimi anni la capacità di comunicare potrebbe essere quindi il fattore discriminante tra chi ha successo e chi non lo ha, tra chi si pone come un professionista competitivo sul mercato, ricettivo ai cambiamenti ed aperto alle evoluzioni, e chi invece si rassegna a vivere “come ha sempre fatto” ed assolutamente slegato dagli altri. A quel punto chi si sarà posto in relazione sarà vincente e chi avrà comunicato sarà ancora in gioco.

Giampiero Vecchiato - Senior partner di P.R. Consulting srl, Agenzia di Relazioni pubbliche di Padova - Professore a contratto Università degli studi di Padova

in collaborazione con Marta Bagno

@pierovecchiato

Giampiero Vecchiato

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