Quando è l’Università a dover imparare: il caso Codice di Comportamento dell’UniBo

di Morena Ragone - 27 ottobre 2014

Ci sono cose della transizione al digitale che non mi spiego.

Non sono poche, in realtà - è una attestazione di incapacità, la mia - e spesso ne scrivo proprio su queste “pagine”.

In questi giorni ho letto, tra le altre, una notizia che mi ha fatto molto riflettere sull’approccio alle tecnologie, su quello che, insistentemente, ci ostiniamo a definire “metodo”: qualsiasi transizione chiede metodo, studio, ricerca.

Non si fa d’emblèe, ma prevede quello che noi giuristi chiameremmo “periodo transitorio”, una fase cuscinetto in cui si sperimenta l’esito dello studio, in cui la ricerca astratta, teorica viene applicata sul campo.

Ecco.

Spero che sia questa l’idea che la gloriosa Università Alma Mater di Bologna ha in mente, e che quello adottato non sia un provvedimento definitivo come sembrerebbe.

Parliamo del Decreto rettorale n. 1408/14 dell’1 ottobre 2014, con il quale è stato adottato il nuovo Codice Etico e di Comportamento dell'Ateneo, attuativo dell’art. 2, comma 1 , della Legge n. 240/2010, dell’art. 36 dello Statuto di Ateneo e del D.P.R. n. 62/2013 “regolamento recante codice di comportamento dei dipendenti pubblici, a norma dell’art. 54 del D.Lgs.vo 30/03/2001 n. 165”.

Il Codice - che entrerà in vigore il prossimo 1° novembre - consente di individuare i valori fondamentali della comunità universitaria e “le norme volte ad evitare ogni forma di discriminazione e di abuso”.

Nulla di strano, a prima vista, in quanto rientrante nella normale potestà che caratterizza l’autonomia universitaria.

In realtà, la lettura del Codice ci mostra un’altra faccia dello stesso, dal momento che esso si applica “a tutta la comunità universitaria:

  1. personale docente, ricercatore a tempo indeterminato, assistenti, lettori a contratto,
  2. collaboratori ed esperti linguistici, personale dirigente e tecnico-amministrativo, a tempo indeterminato e determinato;
  3. personale ricercatore a tempo determinato, nei limiti della disciplina contrattuale;
  4. personale di altre Amministrazioni pubbliche in posizione di comando o distacco presso l’Ateneo;
  5. studenti dei Corsi di Studio di I, II , III ciclo e dei Corsi professionalizzanti;
  6. assegnisti di ricerca, titolari di borse di studio e di ricerca che svolgono la propria attività presso l’Ateneo;
  7. componenti degli Organi accademici e degli Organismi collegiali dell’Ateneo, secondo quanto definito nei relativi atti di incarico e di nomina;
  8. titolari di contratti di didattica e di ricerca, collaboratori e consulenti con qualsiasi tipologia di incarico, anche a titolo gratuito, per lo svolgimento di attività didattiche e di ricerca, nei limiti e con le modalità definite da specifiche clausole o disposizioni inserite nei relativi contratti o atti di incarico”.

Una platea talmente vasta da rendere necessaria una lettura approfondita del Codice, no?

Se oggi ne parliamo, però, è per via di uno specifico articolo che sta facendo discutere: il 15, rubricato “Tutela del nome e dell’immagine dell’Università“.

Se “l’Università richiede a tutti i componenti della comunità di rispettare il nome e il prestigio dell’Istituzione e di astenersi da comportamenti suscettibili di lederne l’immagine” - principio che si sostanzia nel “non è consentito l’utilizzo del nome e del logo dell’Università per scopi non istituzionali o secondo modalità non previste dalla disciplina di Ateneo”, astenendosi dalla spendita non autorizzata del nome dell’Ateneo, o, qualora autorizzati, evitando di esprimere opinioni strettamente personali - nulla quaestio; diverso, invece, se lo stesso articolo prevede - come infatti prevede - che tutti i componenti della Comunità debbano “mantenere un comportamento rispettoso delle libertà costituzionali, del prestigio e dell’immagine dell’Istituzione, anche nell’utilizzo dei “social media”.

Disposizione che, oltretutto, stride in un contesto, quello del Codice, che plaude alla “diffusione libera e aperta della conoscenza”.

L’effetto boomerang è assicurato, come il sentiment sui social facilmente dimostra: se siete curiosi, fate una semplice ricerca su twitter cercando, per esempio, #AlmaMater + codice e vedrete cosa ne pensa la Comunità, quella a cui il Codice si riferisce, e l’altra, la Rete tutta, che parla di “pensiero unico”.

C’è un problema di superficie, dato dall’ambito applicativo eccessivamente ampio della norma; ma c’è, ancora di più, un problema di fondo dato dalla mancata comprensione dei meccanismi della gestione della reputazione online, del sentiment del “brand”, che finisce per imporre e - provare a - controllare, anziché guidare e indirizzare.

Strada, questa, già battuta da alcune pubbliche amministrazioni, con le reazioni che possiamo immaginare.

Se già nel caso di un Comune la scelta appare incomprensibile, lo è ancor più se a farlo è una Università, che, prima ancora di altre Istituzioni a vocazione non “pedagogica”, dovrebbe sapere come agire e reagire in casi del genere.

Senza scomodare la Costituzione - e potrei farlo - mi limito a suggerire all’UniBO un attento ascolto degli studenti, che devono essere liberi di esprimere opinioni, anche negative, nei confronti della propria o altrui Università, pensando, piuttosto, a coinvolgerli e sfruttare il loro potenziale, anche e soprattutto sui social.

C’è ancora qualche giorno di tempo per rimediare, affrontandolo in modo costruttivo: il 1° novembre è vicino.

 

Morena Ragone

@morenaragone

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