I dipendenti sono i migliori “ambasciatori” dell’azienda

di Massimo Marigo - 30 marzo 2015

Siamo quello che siamo e soprattutto quello che utilizziamo. Dall’auto che guidi allo smartphone che utilizzi il connubio tra la persona e l’oggetto si è fatto via via più stretto e ha cambiato pelle specie in fatto di marketing e “reputazione”.

Il concetto di Ambasciatore o meglio di Ambassador è entrato di prepotenza nelle nostre abitudini ma non lasciatevi ingannare da termini nuovi perché la base di partenza è nota e antica quanto noi stessi.

Tendiamo a fidarci dell’opinione delle persone che conosciamo e ancora di più di quelle che riconosciamo competenti talora anche a discapito dell’effetto brand che spesso tra prodotti simili sembra superare tutto il resto.

Una indagine sull’utilizzo dei social media rilasciata da pewinternet.org, sebbene basata su un pubblico di utenti residenti negli Usa, conferma abitudini invalse anche da noi:

  • Facebook resta il social media più amato e utilizzato specie dagli utenti di età adulta;
  • il suo utilizzo primario è comunicare e interagire con amici e parenti e ci fidiamo delle loro opinioni come loro delle nostre;
  • esiste una proporzione costante tra il numero di contatti medio per utente e tra questi quelli più intimi e vicini di 1/3. (150 contatti medi e 50 più stretti);
  • è ormai abitudine utilizzare e condividere i contenuti tra più social indifferentemente.

Quindi? Mi rivolgo alle aziende, piccole, medie o grandi che siano sia private che pubbliche: non pensate ai vostri dipendenti come distanti da tutto questo. Essi sono la vostra migliore opportunità di social business!

In buona sostanza si tratta di persone ricche di interessi, di amicizie, di esperienze e di competenze qualificate. Di certo utilizzano i social e di certo lo fanno in nessun modo e ambito collegato al loro lavoro. Per quale motivo?

  • L’insicurezza di scrivere qualcosa di sbagliato o fuori luogo;
  • l’inesperienza ad approcciarsi con mezzi noti a una realtà poco nota;
  • il timore di venire ripresi.

Che lo si voglia o no ogni azienda deve dotarsi di una social media policy ma esiste pure, spesso trascurata, l’altra faccia della medaglia. Questa presuppone una azione più ampia e mirata anzi una vera e propria strategia per integrare alla prima quello che si definisce con un anglismo l’employee engagement, concetto che potremmo ampliare definendolo corporate engagement.

È fuor di dubbio che nel mondo dei social media un commento, una spiegazione un intervento, specie in ambito tecnico, siano meglio accetti dagli utenti quando provengano da un profilo interno, meglio ancora se identificabile come esperto invece che dal profilo ufficiale. Il rapporto di fiducia che si crea è non solo più stretto ma anche più duraturo.

Certo non si può vivere solo di partecipazione spontanea. La si può coltivare, strutturare magari ma non lasciarla in mano a se stessa per grazia ricevuta.

Questo è il momento nel quale mi aspetto fioccare i commenti sapendo che sì, più di una azienda ha già messo in atto azioni mirate e si può replicare che non è facile creare un coinvolgimento efficace dei dipendenti eppure...

Ammettiamolo: non tutte le azioni sono sempre ben ragionate e il rischio di coinvolgimenti in stile “Coppa Cobram” è sempre in agguato.

Per questo non vi darò regole perché lo hanno già fatto in troppi, ma dei punti di vista sui quali riflettere da adattare alla propria precipua realtà:

  1. la social media policy va fatta. Deve essere sintetica e chiara altrimenti nessuno la leggerà e così per evitare rischi nemmeno parteciperà. Un buon esempio dal quale trarre ispirazione è quello di TnT employee policy;
  2. non dare per assodato che i tuoi dipendenti sappiano cosa pubblicare di te: insegnaglielo;
  3. Sfrutta gli eventi comuni: convention, feste aziendali, celebrazioni e via dicendo. Ingaggia dei fotografi, fai montare dei video. Rendili accessibili ai partecipanti con un messaggio semplice e chiaro: siamo noi. Condividete e rendetelo visibile anche agli altri;
  4. dai visibilità ai dipendenti che già lo fanno. La gratificazione e il riconoscimento producono sempre  un entusiasmo contagioso;
  5. avvisa e dai evidenza di quando hai contenuti da pubblicare per creare la maggiore interazione possibile.

Nota a margine del succitato ultimo punto: gli account social, anche quelli aziendali, sono nati per fare comunità e scambiarsi informazioni. Non devono essere visti solo come un canale di vendita diretta altrimenti questo diventa il loro tallone d’achille e perdono di credibilità.

Essere e diventare Ambasciatore del proprio lavoro e della propria azienda è una attività che va stimolata quanto affinata, perché dà risultati. In fondo “ambasciator porta bene”.

 

Massimo Marigo

@massimoemme

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