Dalla vita sui social al "salvavita" sui social

di Massimo Marigo - 3 dicembre 2015

Sto bene, due parole comuni che rassicurano e che danno speranza. Questo il senso del nuovo servizio lanciato da Facebook, denominato Safety Check, in concomitanza con gli attentati compiuti in Francia.

La finalità è già chiara e insita nel nome: in caso di eventi pericolosi e catastrofici, il servizio viene attivato dal social per gli utenti che si trovano nella zona, e tramite un click si può comunicare a parenti e amici – almeno quelli fanno parte della nostra cerchia – la propria incolumità.

A mente fredda, dando il giusto plauso a questa utile iniziativa, emerge in tutta la sua attualità la conferma che il social network di Mark Zuckemberg è non solo più diffuso in assoluto ma che la responsabilità – oltre che la portata – delle sue azioni è ormai al pari di quella di uno stato sovrano.

Infatti tale l’opzione era già attiva da un anno e utilizzata in presenza di terremoti ed eventi naturali come in Afghanistan, Cile e Nepal, il ciclone Pam e il tifone Ruby.

Si è, quindi, deciso di metterla in funzione, per gli attacchi in Francia, vista la delicata situazione e poi, successivamente, per quelli accaduti in Nigeria.

Come dichiarato dallo stesso Zuckemberg e dal vice presidente Alex Schultz, il social network è pronto ad utilizzarlo ancora, dove e quando fosse necessario, e che tutti sono al lavoro per stabilire i criteri per renderlo sempre più utile.

I tragici fatti di Parigi hanno reso comprensibile alla maggior parte delle persone come social media ed hashtag abbiano anche una funzione di pubblica utilità, non solo quella ludica e lavorativa.

Già adesso Twitter è di grande utilità in queste situazioni, sebbene meno diffuso di Facebook, grazie alla rapidità di utilizzo e agli hashtag, che permettono, allo stesso tempo, sia ricerche mirate che comunicazioni mirate.

Da ultime (ma non ultime), vi sono le varie applicazioni di messaggistica che mettono in contatto i diversi utenti, tra le quali Whatsapp è la più diffusa sebbene non così sicura come la diretta Telegram ma, in tali casi la maggior diffusione resta il criterio più utile.

Per converso affiorano però delle domande:

  • Chi non ha un account Facebook? La più immediata ma di certo anche la più sentita.
  • Facebook aprirà il protocollo di questo servizio anche ad altri competitors e sviluppatori?
  • Come bilanciare risvolto di sacrificare la propria privacy in termini di localizzazione in cambio della sicurezza?
  • Nell’eventualità, non affatto remota, di un utente in roaming come risolvere il problema del costo di connessione? Visto che spesso i dati cellulare vengono bloccati per evitare connessioni non volute e costi non desiderati?
  • Gli altri social network implementeranno un servizio simile?

Il bilanciamento tra sicurezza e privacy risponde al quesito che ci si pone da secoli, ossia come contemperare il diritto privato con il diritto o, meglio, l’esigenza pubblica, e non mi stupisce che – visto si parla da tempo di identità digitale – tali fatti e tali soluzioni portino ad accelerare il lavoro per creare un protocollo unico e univoco.

Se ciò sia un bene oppure un male è presto per dirlo. Senza alcuna retorica, qualcosa è cambiato nell’utilizzo, nella percezione e nelle prospettive del rapporto tra social network e i suoi utenti.

Tra facili entusiasmi e timori ideologici, è una realtà della quale prendere atto e soprattutto capire come, quando e quanto gestire. E soprattutto chi sarà autorizzato a farlo.

In sintesi, oggi più che mai: digito ergo sum.

 

Massimo Marigo

@massimoemme

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