Robot, intelligenza artificiale: una minaccia per i liberi professionisti?

di Giorgio Trono - 18 novembre 2016

Negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi studi fatti da società di consulenza o da ricercatori universitari sull’impatto che, in un futuro più o meno lontano, potranno avere l’intelligenza artificiale e i robot sui lavori oggi esistenti.

Ad esempio, in uno studio dell’Università di Oxford del 2013 si afferma che il 47% dei lavori negli Stati Uniti è a rischio di computerizzazione.

Senza fare troppi voli pindarici pensiamo alle driveless car che oggi vari colossi come Google, Uber o Tesla stanno sperimentando con successo.

Cosa accadrà ai milioni di tassisti che ci sono oggi nel mondo, una volta che queste auto senza pilota potranno percorrere regolarmente le nostre strade? Cosa accadrà ai 3,5 milioni di autisti di tir che oggi ci sono negli Stati Uniti?

Alcune delle analisi sull’impatto della intelligenza artificiale sul mondo del lavoro prendono in considerazione anche le professioni intellettuali, come quelle di avvocato o commercialista.

La previsione è che anche queste professioni dovranno fare i conti con robot o assistenti virtuali e che anche rispetto ad esse vale il principio generale secondo cui saranno salvi quei lavori che, per loro natura, non possono essere fatti da un robot.

Partendo da un’analisi del panorama attuale è possibile capire meglio quando e che tipo di lavoro oggi appannaggio di un libero professionista sia a rischio di computerizzazione.

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Infatti già oggi sono presenti nel mondo legale e non solo alcuni sistemi, più o meno sofisticati, di intelligenza artificiale o comunque di automazione che svolgono compiti tradizionalmente riservati ad avvocati.

Watson  è probabilmente la punta di diamante in questo campo: è un sistema computerizzato sviluppato da IBM che, sulla base di dati immessi nel suo database, risponde in brevissimo tempo a domande a lui formulate in un linguaggio naturale, ossia nel linguaggio che usiamo tutti i giorni.

Ad esempio, in campo medico Watson aiuta i medici a formulare le diagnosi e a trovare le cure migliori confrontando il caso che gli viene sottoposto con tutti quelli in archivio. In campo oncologico ci sono già diverse partnership tra IBM e centri di ricerca e cura: nel database di Watson sono inclusi 15 milioni di pagine dal contenuto specialistico comprese centinaia di riviste e manuali medici.

Watson attinge a tutto questo patrimonio di conoscenza per dare una riposta in pochi secondi.

In campo legale, un team dell’Università di Toronto partendo da Watson ha creato Ross, il primo robot avvocato al mondo. Ross dovrebbe fornire in pochi attimi una risposta a quesiti legali che oggi richiedono ore di ricerca tra manuali giuridici, riviste e archivi di sentenze. Anche per questo i suoi creatori affermano che Ross non sostituisce e non sostituirà un avvocato ma lo assiste nell’esercitare meglio la professione, garantendogli meno spreco di tempo e, quindi, meno costi.

Ross è stato “assunto” da diversi grandi studi legali americani e verrà presto usato anche in uno studio legale internazionale che ha sede a Milano.

Non è difficile pensare che strumenti simili Ross potranno nascere a breve anche in altri campi della consulenza professionale.

Pensando invece a tool che non assistono i professionisti ma, piuttosto, mirano a servire i potenziali clienti di quei professionisti, è d’obbligo citare DoNotPay: un chatbot al quale possono rivolgersi gli automobilisti di Londra e New York che hanno ricevuto una multa per non aver pagato il parcheggio.

In 21 mesi DoNotPay ha gestito 250.000 ricorsi, vincendone il 64%. Il tutto gratuitamente.

Avvocati, commercialisti o consulenti vari devono sentirsi minacciati dalla incombente concorrenza di robot o comunque di strumenti di intelligenza artificiale? Forse no.

Quello che dovrebbero fare, se non oggi almeno in un futuro non troppo lontano, è invece servirsene come strumento laddove essi comportano un risparmio di tempo e di costi.

Oppure comprenderne il funzionamento per trasformare, laddove possibile, il loro business model: alcuni tipi di consulenza, attualmente di competenza dei liberi professionisti, potranno essere forniti da sistemi di intelligenza artificiale.

È invece su altri tipi di compiti, maggiormente complessi, che dovranno concentrarsi gli sforzi dei consulenti in carne ed ossa per offrire ai loro clienti un servizio che ancora per lungo tempo non sarà alla portata dei robot.

Giorgio Trono Avvocato

@giorgiotrono

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