Imprenditori senescenti minorenni

di Beniamino Piccone - 7 gennaio 2014

In questa Italia che arranca, gli imprenditori sembrano gli unici senza responsabilità. Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ogni tre per due rimbrotta il Governo, poi torna a scrivere il suo editoriale sul Tour de France o sul Giro d’Italia (ma dove trova il tempo?).

A fronte della vendita di Loro Piana a LVMH di Arnault si sono sentiti peana sugli stranieri che comprano i migliori marchi italiani. Ma mai che uno dica: “Ma non c’era nessun imprenditore italiano che volesse comprare Loro Piana?”.

La verità è che la nostra classe imprenditoriale ha preferito spesso rifugiarsi in settori dove la rendita la fa da padrone, dove la concorrenza non c’è, dove il capitalismo diventa capitalismo di relazione.

In economia la rendita è definibile come il reddito percepito in virtù della proprietà di una risorsa naturale scarsa o come la remunerazione eccedente il costo opportunità di un fattore produttivo. Essa è distinta dal profitto, che è invece pari alla differenza tra i ricavi e i costi dell'impresa.

Come scrisse l’attuale direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi in un suo intervento al Senato della Repubblica, “la teoria economica, la storia e l’evidenza empirica mostrano che la pressione della concorrenza in un mercato migliora l’allocazione delle risorse, sia all’interno delle singole imprese che vi operano (con la mobilità dei fattori), sia nel mercato stesso (con l’uscita delle imprese improduttive e l’entrata di nuove); abbassa i costi delle imprese nei mercati a valle; stimola l’innovazione e la produttività”.

Non abbiamo dimenticato come definì gli imprenditori il mitico Presidente della Banca Commerciale Italiana Raffaele Mattioli, il banchiere umanista. Nel criticare l’utilizzo abnorme del credito agevolato, li qualificò come “senescenti minorenni”.

Lo storico Sandro Gerbi – nel suo intrigante e documentato Mattioli e Cuccia. Due banchieri del Novecento (Einaudi, 2011), scrive: “La sarcastica battuta del ’62 sulla scarsa lungimiranza di molti industriali nostrani era in linea con quanto Mattioli aveva spesso lamentato, e ancora lamenterà, nelle sue celebri relazioni annuali agli azionisti della Comit. Ad esempio, in quella relativa all’esercizio 1958 aveva parlato delle «trepide procrastinazioni di non pochi imprenditori cui non abbiamo certo lesinato il nostro appoggio»”.

All’indomani delle forzate dimissioni di Mattioli dalla Comit – sostituito improvvidamente con Gaetano Stammati, affilaito alla P2 -, il Governatore di allora della Banca d’Italia, Guido Carli , il 30 aprile 1972, in un articolo per L’Espresso con lo pseudonimo di “Bancor”, scrisse: “Raffaele Mattioli li ha giudicati (gli industriali italiani, ndr) nella maggior parte dei casi impari al compito gravoso che avrebbero dovuto assolvere in un paese così complesso com’è il nostro: impari per cultura, per fantasia e per coraggio. Li ha quasi sempre aiutati, ma li ha quasi sempre guardati con sospetto”.


Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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