Il corporativismo dei taxisti segno di grande arretratezza culturale

di Beniamino Piccone - 3 marzo 2014

I taxisti sono di nuovo sul piede di guerra. Questa volta la protesta non riguarda le nuove licenze, ma nuovi concorrenti. La concorrenza è sempre bella sulla carta, ma quando colpisce una singola categoria, si scatena, in un Paese corporativo come l’Italia, il finimondo.

I fatti. Google Inc. è una macchina da guerra, produce utili così elevati – 3,28 miliardi di dollari nel solo quarto trimestre 2013 - che è sempre alla ricerca di nuove opportunità di investimento. Tra i tanti investimenti effettuati, Google ha deciso di puntare su Uber, una società con il quartier generale a San Francisco in California che punta a realizzare nel futuro un’automobile teleguidata da sensori.

Il fondo Google Ventures ha investito 257,79 milioni di dollari in Uber, fondata da due imprenditori seriali statunitensi, Travis Kalanick e Garrett Camp.

Attualmente il servizio di Uber è attivo in sessanta città in America e in Europa e consente a chiunque di noleggiare un’auto con autista prenotandola attraverso una app da mobile phone. In questo modo il cliente potenziale ha numerosi vantaggi: non deve telefonare, ha un’auto di lusso che lo viene a prendere, è affidabile, può pagare con una carta di credito e gli viene mandata la fattura via mail sul cellulare.

Una volta che il servizio di Uber è arrivato sul territorio italiano, la risposta dei taxisti è stata una sola: opposizione totale, minacce di sciopero in occasione della settimana della moda, accuse di illegalità nel noleggio con conducente.

Invece che pensare al futuro, i taxisti pensano al passato che non c’è più, un passato dove non c’era Internet, non esisteva il cellulare e la concorrenza sui servizi di mobilità non esisteva.

È evidente che i milanesi apprezzano qualunque soluzione che migliori la mobilità individuale. Altrimenti non si comprenderebbe lo straordinario successo del car-sharing che ha portato Milano in vetta alle classifiche europee di settore.

I taxisti, invece di attaccarsi alla “concorrenza sleale” di Uber, dovrebbero pensare a come rendere il loro servizio più attrattivo. Crediamo invece che il servizio taxi sia scadente, caro e mal organizzato ed è praticamente impossibile pagare con la carta di credito.

Il taxista, come hanno capito tutti gli imprenditori italiani che girano gli aeroporti con la valigetta alla ricerca di nuovi clienti, deve andarsi a cercare il cliente, coccolarlo e trattarlo bene, con gentilezza.

Io, che credo nella tecnologia, sono pessimista. Temo che il taxista sia una professione in via di esaurimento. Temo che i taxisti facciano la fine dei tessitori, linotipisti e bigliettai.


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Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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