La cassa integrazione è una grande illusione

di Beniamino Piccone - 16 giugno 2014

La fotografia fornita recentemente dalla Corte dei Conti sui costi della Cassa integrazione guadagni (Cig) è impressionante. I dati sono ricavabili dalla relazione dal titolo “L’evoluzione del sistema di ammortizzatori sociali”, che analizza la situazione degli ultimi cinque anni.

Infatti nel 2008 il governo guidato da Silvio Berlusconi introdusse – a fianco dei consueti ammortizzatori sociali quali la cassa di integrazione ordinaria e straordinaria – la cassa integrazione in deroga e l’indennità di mobilità in deroga. L’intenzione era di creare dei sussidi temporanei. Ma sappiamo che in Italia non c’è nulla di più eterno della provvisorietà. Per cui fino a che la crisi non finirà, la cassa in deroga rimarrà. Con quali costi? Chi paga, direbbe il compianto Ugo La Malfa?

La principale caratteristica della cassa in deroga è l’assenza di contributi da pagare sia per il datore di lavoro che per il lavoratore. Siamo nella classica situazione del “pasto gratis”. Il premio Nobel Milton Friedman spiegò l’inesistenza dei pasti gratis – “No free lunch” – perché non visse in Italia ma in America. In Italia i pasti gratis ci sono, eccome, e li paga la fiscalità generale ossia i contribuenti gonzi, i quali continuano a vedere le tasse e le imposte aumentare. Senza soluzione di continuità.

Da gennaio 2009 a luglio 2013 la cassa gli oneri per la cassa in deroga hanno raggiunto i 5,78 miliardi. Siamo passati da 120 milioni di ore autorizzate di Cig nel 2009 a 370 milioni di ore nel 2010, per stabilizzarci nell’intorno delle 300 milioni di ore l’anno. E la cassa in deroga pesa per un terzo delle ore complessive autorizzate.

Si dovrebbe passare da un welfare – per come siamo messi si dovrebbe parlare di badfare – passivo, dove il lavoratore aspetta in panciolle che dal cielo arrivi un nuovo impiego a un sistema dove è richiesta la propensione ad attivarsi da parte del lavoratore. E dove, se non ci si attiva, si perde il sussidio.

Le azioni volte a incentivare il lavoratore a ricollocarsi sono irrisorie. Infatti si premia la politica dell’illusione, del frigorifero, dove si spera che l’impresa moribonda riassuma i lavoratori in cassa integrazione. Ipotesi implausibile, nella maggior parte dei casi. Ma noi italiani ci culliamo nelle illusioni, nei sogni, nei miraggi. E aspettiamo la soluzione. Che non arriva perché se si gioca a tresette al bar, il lavoro non salta fuori.

Nell’interessantissimo e triste Se muore il Sud (Feltrinelli, 2013), i valenti giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo raccontano come funziona in alcuni casi aberranti la cassa integrazione: “Bruno Munari era sceso laggiù dal Polesine per montare gli impianti, aveva conosciuto ‘na bella fimmina, l’aveva sposata e si era fermato lì. Diciannove anni dopo malediceva la scelta: “Cà non ci sta lavoro e i operai poareti more de fame”. Prima di andare in pensione a cinquantatre anni, si fece diciassette anni di cassa integrazione e due in mobilità”.

Ma non pensate che 17 anni di Cig siano una vergogna? Che senso ha pagare una persona per non fare niente? Dov’è la logica sottostante? L’Italia è una grande madre di homo assistitus che aspetta tutti i giorni il latte dalle mammelle potenti dello Stato. Ma la responsabilizzazione delle persone dove abita?

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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