Sono ancora pochi i laureati in Italia

di Beniamino Piccone - 14 luglio 2014

La recente ricerca di Almalaurea conferma i dati sul basso livello di scolarizzazione della nostra popolazione. Il numero di laureati in Italia è del 21%, contro il 39% dei paesi industrializzati Ocse. L’Italia si trova in basso alla graduatoria, sui livelli di Repubblica Ceca e Turchia. La Commissione europea ha fissato agli stati membri dell’UE l’obiettivo del 40% di laureati nella fascia d’età tra 30 e 34 anni da raggiungere nel 2020, un traguardo che al momento sembra impossibile da centrare.

Dopo l’incremento delle immatricolazioni dal 2000 al 2003 (+19%), dal 2003 al 2012 il crollo di immatricolazioni è stato costante. Oggi solo 3 diciannovenni su 10 si immatricolano all’università, ed il 16% degli immatricolati abbandona nel corso del primo anno di studi (confermando che il tutoraggio al momento dell’iscrizione all’università è fondamentale; sono troppi coloro che sbagliano facoltà).

L’Italia è però riuscita a migliorare il dato relativo al conseguimento della laurea, abbassandone l’età media. Mentre nel 2004 l’età media dei laureati si avvicinava ai 28 anni, oggi è scesa ai 25,5 anni per i laureati di primo livello, 26,8 per i magistrali a ciclo unico, 27,8 per i magistrali biennali. Su cento laureati, terminano l’università in corso 41 laureati triennali, 34 laureati a ciclo unico e 52 magistrali. Solo 13 laureati su 100 terminano gli studi oltre 4 anni dopo la durata normale del corso.

Nelle ultime Considerazioni Finali della Banca d’Italia guidata da Ignazio Visco si legge: “Il livello di istruzione e di competenze su cui può contare il sistema produttivo italiano è inadeguato: in una recente indagine dell’OCSE l’Italia figura all’ultimo posto per le competenze funzionali di lettura e al penultimo per quelle numeriche. Il divario con la media degli altri paesi è presente anche tra i più giovani ed è più alto al crescere del titolo di studio”.

Siamo al paradosso. Abbiamo pochi laureati che paghiamo poco e male. I migliori se ne vanno all’estero – ciò è positivo – ma sono pochissimi i talenti che vengono in Italia. È evidente che un sistema produttivo basato in gran parte sulle piccole e medie imprese (Pmi) non è in grado di assorbire i laureati – bravi – che sforna il nostro sistema universitario. Il tema della limitata dimensione delle imprese italiane torna a essere dominante.

In un recente incontro a Roma, un ex membro del direttorio della Banca d’Italia mi ha detto: “Le banche italiane devono far chiudere molte pmi”, che non sono imprese, ma artigiani che non avranno mai un respiro internazionale. E quando la domanda domestica cala, chiudono. E le sofferenze delle banche crescono. Amen.

Beniamino Piccone

@beniapiccone

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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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