L’autenticità delle considerazioni di Ugo La Malfa di 40 anni fa: “giungla retributiva” a Camera e Senato

di Beniamino Piccone - 15 settembre 2014

Nel 1975 Ugo La Malfa, che tutti noi rimpiangiamo – allora vicepresidente del Consiglio, piantò un casino come solo lui sapeva fare, sostenendo che gli stipendi dei dipendenti della Camera e del Senato avevano raggiunto una tale assurdità da giustificare l’espressione “giungla retributiva”.

Le richieste e le proteste imbarazzanti dei dipendenti parlamentari sono quindi antiche, quasi archeologiche. Nel 1980 rifiutarono che la Corte dei Conti ficcasse il naso nella loro assai facoltosa politica retributiva. Vittorio Gorresio, autorevole capo della redazione romana de “La Stampa” equiparò gli stipendi d’oro della Camera a quelli dei calciatori della serie A.

Il livello più basso della scala gerarchica del Senato è il commesso. Bene, al massimo livello di carriera, il commesso del Senato può raggiungere 159mila euro lordi l’anno. E lo stenografo al top dell’anzianità raggiunge 289mila euro.

Fece scalpore nel 2006 la rivelazione dell’Espresso secondo cui il segretario generale del Senato Malaschini percepiva 485mila euro l’anno, quasi il doppio dell’appannaggio del presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Purtroppo la riforma retributiva di queste caste insopportabili si scontrano con l’autodichìa degli organi costituzionali, ossia la particolare prerogativa dei due rami del Parlamento di risolvere, attraverso un organismo giurisdizionale interno, le controversie insorte con i propri dipendenti.

L'autodichìa rientra nel più ampio concetto di autonomia delle Camere, che ha come obiettivo principale quello di salvaguardare l'organo da qualsiasi ingerenza esterna e trova la sua massima espressione nel potere autoregolamentare loro attribuito.

La Corte costituzionale ha riconosciuto tale forma di giurisdizione compatibile con il dettato costituzionale, che pone il divieto di istituire giudici speciali, sulla base dell'assunto che deroghe alla giurisdizione sono ammissibili nei confronti degli organi immediatamente partecipi del potere sovrano dello Stato, situati ai vertici dell'ordinamento, in posizione di assoluta autonomia e indipendenza.

E poi un lettore qualunque si chiede: “Ma un senatore non può tagliarsi i capelli dal parrucchiere invece che andare dal barbiere del Senato”, che prende, povero lui, 130mila euro l’anno di stipendio?

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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