Le pensioni dei giovani dipenderanno dalla crescita del Pil

di Beniamino Piccone - 1 settembre 2014

Dopo la riforma Dini del 1995 e la riforma Fornero del 2011 il metodo contributivo è diventato la regola per tutti i lavoratori, fatto salvo il passato. In questo modo rimangono due categorie di lavoratori: coloro che beneficiano ancora del favorevole metodo retributivo (pro-rata fino al 2011) e coloro – parco buoi – che avrà una pensione legata ai contributi versati.

Al termine della vita lavorativa, l’Inps provvede al calcolo del montante pensionistico, ossia la sommatoria dei contributi versati complessivamente (sia dal lavoratore che dal datore di lavoro) nel corso degli anni di lavoro rivalutati al tasso di crescita medio quinquennale del Pil. Il totale viene moltiplicato per il coefficiente di trasformazione – che dipende dalle aspettative di vita e quindi varia a seconda dell’età del pensionando. Per fare un esempio: contributi versati 300mila euro + rivalutazione 100mila = 400mila € x 5,5% (coeff. di trasformazione )= 22mila € lordi annui di pensione.

Nel dibattito pubblico sulle pensioni c’è un elemento che viene trascurato: la crescita economica. Infatti il montante contributivo rivalutato è profondamente diverso a seconda della crescita del Pil intercorsa nel periodo di maturazione dei contributi. Maggiore è la crescita, maggiore sarà la pensione.

CorrierEconomia alcune settimane fa ha pubblicato delle stime effettuate da Progetica sulle pensioni future basate su scenari diversi. Per un dipendente trentenne, per esempio, la copertura rispetto all’ultima retribuzione sarà pari al 72% dell’ultimo stipendio se l’Azienda Italia cresce in media dell’1%, ma si abbasssa al 62% se la crescita è nulla. Con una retribuzione finale di 2mila euro, la pensione sarà di 1.440 € nel primo caso e 1.240€ nel secondo.

Per un lavoratore autonomo – che non beneficia quindi dei contributi del datore di lavoro – con un reddito finale di 1.500 € si va dal 63% al 54% dell’ultima retribuzione (da 940 a 810 euro netti al mese). È opportuno ricordare che la riforma Fornero ha eliminato l’adeguamento della pensione effettiva al minimo previsto per la pensione sociale. In passato chi aveva maturato una pensione inferiore a 447,61 euro al mese beneficiava dell’adeguamento al minimo. In futuro se un lavoratore ha maturato 300 euro al mese, quelle prende e nulla più.

Il sistema Italia ha una forte asimmetria: mentre il lavoratore è interessato alla crescita, il pensionato non ha alcun beneficio dalla crescita poiché la sua pensione è indicizzata (fino a 1.500 euro al mese lorde dopo la riforma Fornero) al costo della vita certificato dall’Istat. Credo che questa stortura vada sanata indicizzando le pensioni allo sviluppo economico, incentivando anche i pensionati a sostenere politiche economiche dirette ad aumentare il potenziale di crescita dell’economia italiana.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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