“La Repubblica italiana è fondata sul lavoro”, ma non c’è scritto “sotto casa tua”

di Beniamino Piccone - 22 settembre 2014

Qualche tempo fa, Giuliano Amato, giurista di fama – ora giudice della Corte Costituzionale – scrisse delle note significative sull’articolo 1 della nostra Costituzione, che recita “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Amato sostenne che i deputati dell’Assemblea costituente ebbero lo sguardo lungo; infatti “avevano tratto l’affiancamento dei più tradizionali diritti di libertà con i diritti sociali e quindi con la protezione dei lavoratori dipendenti” (per una Repubblica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro era da noi un emendamento La Malfa). Ci sarebbero stati anche i diritti sociali nella nostra Costituzione, ma - come scrisse Costantino Mortati - ciò che si volle fu pregiudizialmente affermare qualcosa di più generale e onnicomprensivo di quanto non fosse la protezione dei lavoratori dipendenti. Si volle affermare cioè il valore del lavoro come veicolo attraverso il quale ciascuno potesse esprimere la sua capacità creativa, la valorizzazione di sé e allo stesso tempo il proprio contributo alla crescita della società in cui vive. Per ciò stesso si intese così stabilire che nulla al di fuori del proprio lavoro avrebbe legittimato nella nuova Italia riconoscimenti di status o di condizioni più favorevoli. Non sarebbe bastato perciò essere ariani anziché ebrei, nobili anziché plebei, ricchi anziché poveri. I titoli di cavalieri del lavoro, al posto dei titoli nobiliari, trovano qui il loro primo fondamento. Ed è sufficiente questo a sottolineare che non c’è nell’art.1 alcun connotato classista, che fu anzi esplicitamente scartato proprio perché il testo vigente resistette a un emendamento, presentato da una pluralità di Costituenti prevalentemente di sinistra, che definiva l’Italia una “Repubblica democratica di lavoratori”.

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, nel tentativo – arduo, ahinoi – di razionalizzare la pubblica amministrazione, all’art. 4 del Decreto Legge sulla P.A. ha voluto che venisse stabilita una deroga all’attuale divieto di trasferimento del lavoratore da un’unità produttiva all’altra in assenza di “comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive”. Apriti cielo! I sindacati hanno subito parlato di “inaccettabile violazione della normativa sul lavoro che discrimina tra dipendenti pubblici e privati”.

Questo arroccamento sindacale non dovrebbe esistere. Da che mondo è mondo, il lavoratore va dove c’è il lavoro. Parliamo sempre di Italia Paese immobile e poi non siamo disposti a spostarci. Negli Stati Uniti cambiare Stato è la normalità, quando si parla di opportunità lavorative.

In altra occasione, sempre Amato, ha specificato che “La Repubblica italiana è fondata sul lavoro, ma non c’è scritto sotto casa tua”. Quando leggiamo che in alcuni musei del Sud Italia, ci sono più custodi che visitatori, e alla biblioteca Sormani a Milano non ci sia sufficiente personale, ci si dovrebbe chiedere come mai sono state accettate le domande di trasferimento da Milano a Reggio Calabria.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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