Bisogna aiutare i veri poveri

di Beniamino Piccone - 28 novembre 2014

Il welfare italiano lascia a desiderare. Secondo Federico Caffè in Italia non si doveva parlare di “Stato sociale”, ma di “Stato assistenziale”. Lo Stato sociale è una cosa difficile da costruire e quindi l’Italia si era rifugiata nel più facile Stato assistenziale, di cui le pensioni costituiscono un pezzo preponderante.

Invece di tutelare chi ha veramente bisogno, si aiuta chi sta bene, per esempio molti pensionati a retributivo (con sussidio implicito, dunque) che hanno case a Santa Margherita, Courmayeur e Forte dei Marmi. Come noto le pensioni a retributivo, nella maggior parte dei casi, sono ben superiori ai contributi versati e rivalutati.

La sociologa Chiara Saraceno su Repubblica scrive che “La politica dimentica i poveri” (31 ottobre 2014), spiega correttamente che tra il 2012 e il 2013 “non vi è stato nessun miglioramento per quanto riguarda la percentuale di coloro che si trovano in condizione di povertà relativa e di coloro che vivono in una famiglia in cui nessun adulto (esclusi gli studenti e i pensionati) è occupato”.

Come ha documentato di recente il rapporto Svimez, il gap delle condizioni di vita nel Sud e il resto del Paese si sta ampliando. E non basta. È nel Sud che le disuguaglianze economiche tra gruppi famigliari sono maggiori.

La situazione in deciso peggioramento è relativa alle famiglie numerose. Il che significa che siamo di fronte a un peggioramento della povertà minorile, “un fenomeno che costituisce una caratteristica distintiva del italiana”.

Purtroppo la Saraceno omette di specificare dove bisogna andare a prendere le risorse da conferire alle classi disagiate. Con una spesa corrente in crescita costante da decenni, le risorse devono per forza venire dalla spesa corrente. Secondo Pierluigi Ciocca, governatore mancato della Banca d’Italia, la politica economica deve partire dal contenimento della spesa pubblica non-sociale di parte corrente, ossia:

  1. acquisto di beni e servizi a prezzi esosi;
  2. personale, quando ridondante;
  3. trasferimenti, allorché non essenziali.

Le suddette tre voci valgono oltre 300 miliardi di euro, circa il 20% del Pil italiano. Se non si parte dalla spesa corrente, le chiacchiere stanno a zero.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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