L’Olivetti dell’Ingegnere

di Beniamino Piccone - 11 dicembre 2014

Alla presentazione in Bocconi del volume “L’Olivetti dell’Ingegnere” (il Mulino, 2014), l’ing. Carlo De Benedetti ha espresso delle valutazioni, che è opportuno condividere.

Intanto, il libro di Paolo Bricco andrebbe letto perché consente di farsi un’idea più chiara delle vicende dell’industria italiana, ma non solo. Aiuta a capire un periodo storico dall’interno di un’impresa – la Olivetti – che ha fatto la storia del nostro Paese. La Olivetti ha sempre avuto un imprenditore forte alla guida. Dopo le straordinarie figure di Camillo e Adriano, l’Olivetti si è trovata senza un imprenditore virile – definizione cara a Bruno Visentini a capo del comitato di salvataggio nel 1978 – per cui con la morte improvvisa di Adriano nel 1960, nonostante una prima linea di manager di assoluto valore, la Olivetti iniziò il suo declino.

Quando l’Ingegnere venne convinto a rilevarla, l’Olivetti era un’impresa tecnicamente fallita. L’ingresso di De Benedetti diede nuova linfa ai dirigenti e alla maestranze che consentirono l’ennesima riconversione industriale.

Bricco ha fatto un “lavoro pazzesco”, ricercando come un topo da biblioteca i carteggi, i documenti, gli scritti, i verbali del consiglio di amministrazione dell’Olivetti. E ha mantenuto l’indipendenza di giudizio perché le critiche all’Ingegnere non sono poche. Lo stesso De Benedetti ha detto che negli anni ottanta era affetto da bulimia, per cui voleva in continuazione comprare imprese – dalla Buitoni, alla Perugina, alla Sasib, al tentativo fallito maldestramente di comprare la Societè Generale de Belgique – per cui, per forza di cose, ebbe meno tempo da dedicare all’Olivetti, che è “stata l’unica impresa che è riuscita a passare dall’informatica alle telecomunicazioni”.

Carlo De Benedetti racconta la miracolosa profittabilità della Olivetti degli anni Cinquanta. La Divisumma 14 – prodotto di grandissimo successo dell’Olivetti di Adriano –, una calcolatrice elettromeccanica automatica scrivente costruita dalla Olivetti a partire dal 1948 (su progetto meccanico di Natale Capellaro e design di Marcello Nizzoli) fu, al mondo, la prima calcolatrice scrivente dotata di saldo negativo in grado di eseguire automaticamente la divisione. Peraltro, è permanentemente esposta nella collezione del MoMA di New York (assieme ad altri prodotti Olivetti), come esempio di design italiano.

Il margine lordo di contribuzione della Divisumma era pari al 90%. Il margine netto intorno al 75%. Con quei margini, dice l’Ingegnere, “ci si poteva permettere qualsiasi cosa, dal costruire asili e colonie per i figli degli operai, all’assumere intellettuali, architetti, psicologi”, cosa degnissima, ma lontana dalla logica del “profitto di impresa”.

Con gli anni Ottanta, questi margini erano scomparsi. Io mi ricordo che appena arrivato in Bocconi, andai a un dibattito in aula magna e l’Ingegnere disse che con i “giapponesi era grasso che colava”, il problema vero era la competizione dei coreani. L’abbiamo visto anni più tardi, quando Samsung, Lg, Kia e Hyundai hanno messo alle corde i loro competitor mondiali.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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