Il ritardo perenne dei sindacati

di Beniamino Piccone - 22 dicembre 2014

Il sindacato italiano è sempre in ritardo. Ogni volta che si tratta di cambiare, si oppone a qualsiasi proposta, strepita, urla, pur di mantenere lo status quo. Fin dai tempi della proposta del part-time – che venne bocciato (1984) dal Partito Comunista italiano perché avrebbe portato alla “ghettizzazione della donna” – il sindacato è in ritardo di venti, trant’anni anni sulla realtà.

Nel maggio 2013 il governatore della Banca d’Italia spiegò l’incapacità del sistema Italia di adeguarsi. Vale ancora oggi. Così Ignazio Visco: “Non siamo stati capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi venticinque anni. L’aggiustamento richiesto e così a lungo rinviato ha una portata storica; ha implicazioni per le modalità di accumulazione del capitale materiale e immateriale, la specializzazione e l’organizzazione produttiva, il sistema di istruzione, le competenze, i percorsi occupazionali, le caratteristiche del modello di welfare e la distribuzione dei redditi, le rendite incompatibili con il nuovo contesto competitivo, il funzionamento dell’amministrazione pubblica. È un aggiustamento che necessita del contributo decisivo della politica, ma è essenziale la risposta della società e di tutte le forze produttive”.

Un esempio del ritardo cronico dei sindacati è stato ricordato di recente dal leader della Uil, Luigi Angeletti, che ha detto: “Un errore il sindacato lo ha fatto, sulle pensioni. Avremmo dovuto accettare il contributivo pro rata per tutti. Ci saremmo risparmiati tanti problemi che sono venuti dopo”.

Ullallà. A distanza di 20 anni dalla riforma Dini – incompleta – finalmente un sindacato fa autocritica. Crediamo che siano necessari altri 30 anni per vedere un’autocritica della Cgil, ancora ancorata a un mondo che non c’è più. Con la vita media aumentata in trent’anni di oltre 10 anni, con i sessant’enni ringiovaniti ma già in pensione, non è sostenibile dare pensioni a retributivo che “mangiano” risorse per i veramente bisognosi.

I dati sulla povertà minorile che ci fornisce l’ottima Chiara Saraceno fanno paura: “L’Italia è tra i paesi europei con il più alto tasso di interruzione precoce degli studi (prima del completamento della scuola media superiore). Riguarda il 17,6% degli adolescenti, a fronte del 13% medio a livello Ue. Il fenomeno è particolarmente rilevante nel Mezzogiorno... Il rischio di povertà ed esclusione sociale riguarda oggi oltre il 30% dei minori nel nostro paese. Un milione e mezzo di bambini e ragazzi si trova in povertà assoluta, appartiene a famiglie che non hanno reddito sufficiente per acquistare un paniere di beni essenziali”.

Fino a che si continuerà a concentrare il welfare esclusivamente sulle pensioni, non rimarranno risorse per i veri poveri, per i giovani delle famiglie povere e disagiate. No free lunch, diceva il premio Nobel (1976) Milton Friedman, nessun pasto è gratis. Neanche in Italia.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


0 Commenti :

Commento

Captcha

BENIAMINO PICCONE

/media/4982327/piccone.png
STORIA ECONOMICA
Account twitter Account LinkedIn Feed RSS

Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

Economia
Il Censis certifica le disparità intergenerazionali
16 gennaio 2017
Economia
Lo schiaffo dei giovani al referendum un segnale per i prossimi governi: basta sussidi ai pensionati agiati
19 dicembre 2016
Economia
Nella pubblica amministrazione si premia la presenza. E la produttività?
13 dicembre 2016

ARCHIVIO