La riforma delle banche popolari è il più bel provvedimento del governo Renzi

di Beniamino Piccone - 16 febbraio 2015

Credo fermamente che il decreto legge del governo Renzi che abolisce il voto capitario nelle banche popolari di una certa grandezza e obbliga le stesse a trasformarsi in società per azioni sia il miglior provvedimento dal suo insediamento. I benefici sono evidenti:

  • maggior contendibilità a una foresta pietrificata come il credito cooperativo;
  • deciso rinnovamento nelle nomine degli organi amministrativi;
  • fine di horror story come Banca Popolare di Milano, Banca Etruria, solo per citare le più eclatanti, dove l’azionista di minoranza ha subito negli anni delle perdite mostruose.

Abbiamo letto l’opinione negativa – che si rifà a una ipotetica dominanza dei “poteri forti internazionali” – dello storico Giulio Sapelli, il quale ha scritto su formiche.net: “Via Nazionale sembrerebbe aver dimenticato l’insegnamento dei Beneduce, dei Menichella, dei Carli, dei Baffi, che tutelavano il credito popolare, demolendo in questo modo un’eredità tecnica ed etica, una visione pluralista delle modalità di collocazione della proprietà bancaria”.

Parlo a nome del governatore Paolo Baffi, di cui mi vanto di essere il biografo, il quale nelle sue prime Considerazioni finali del 31 maggio 1976 insistette sulla necessità di organi amministrativi professionali e competenti nelle banche: “Sembra giunto il momento di por mano a una revisione dei meccanismi per le designazioni e per le nomine bancarie che assicuri maggiormente il rispetto dell’esigenza di difendere l’autonomia della funzione creditizia. […] Il dibattito parlamentare e quello che si svolge nella pubblica opinione hanno portato a individuare alcuni requisiti che dovrebbero essere posseduti dai candidati a ricoprire posti di responsabilità nelle istituzioni creditizie pubbliche, ma il numero delle cariche vacanti e di quelle rette in regime di prorogatio continua ad accrescersi. Per rendere operativo il principio della regolare ricostituzione degli organi sociali potrebbe essere attribuito all’autorità di vigilanza il compito di nominare, in via sostitutiva e temporanea, un amministratore o un controllore straordinario, qualora la prorogatio ecceda un predeterminato limite”.

Perché Baffi scrisse questi rimbrotti? Perché le casse di risparmio, le banche popolari, invece di nominare amministratori competenti, allungavano gli organi in scadenza oltre ogni decenza, al fine di prolungare la carriera a dinosauri travestiti da banchieri, che di banca sapevano ben poco.

Questa riforma non è un attacco allo spirito mutualistico. Il decreto vuole portare un po’ di contendibilità in mondi dove il presidente della banca popolare è al potere da quarant’anni ed è impossibile mandarlo via perché il voto capitario è fonte di ricatti e pastette. Vogliamo parlare del presidente di Banca Etruria Elio Faralli, nato a Padova nel 1922, che a 87 non voleva mollare la presa e solo un cda straordinario del 2009 è riuscito a bloccare il suo rinnovo? Nel frattempo il titolo azionario quotato di Banca Etruria passava da 20 euro di agosto 2003 a 0,60 euro di oggi (prima del rialzo delle ultime settimane, dovuto al decreto, veleggiava nei pressi di 0,40 euro).

Con questi amministratori, risultati aziendali scadenti e performance azionarie disastrose, è evidente che la preferenza degli italiani per i risparmi investiti nel mattone non è una sorpresa.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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