Chi invoca solidarietà senza spiegare chi paga

di Beniamino Piccone - 2 marzo 2015

L’antico monito di Ugo La Malfa, “Chi paga?”, rimbomba ad ogni piè sospinto quando alla sera dopo cena ci si sintonizza su “Ottoemezzo” - ben condotto da Lilli Gruber – e si vede il volto severo di Stefano Rodotà, politico di lungo corso, parlamentare dal 1979 al 1994, presidente dell’Autorità di garanzia per la protezione dei dati personali dal 1997 al 2005, e due anni fa candidato dal Movimento 5 Stelle alla presidenza della Repubblica.

In una sua recente intervista all’Espresso, Rodotà torna sul suo tema forte, La solidarietà, un’utopia necessaria (Laterza, 2014), sostenendo che “L’Europa in questi anni è stata amputata dei diritti, è passata l’identificazione tra Bruxelles i sacrifici”. Secondo il giurista, la solidarietà è diventata una “parola proscritta”, ossia condannata all’esilio, alla proscrizione, di cui non si può parlare.

Visto che Rodotà ci invita all’esegesi delle parole, io vorrei ricordare cosa significano economicamente sussidio e solidarietà. Sussidio è il sostegno, l’aiuto finanziario che viene elargito a una persona in difficoltà economiche, una sovvenzione a vantaggi dei più deboli e indifesi, coloro che attraversano un periodo di “difetto di fortuna”. La solidarietà è quindi l’azione diretta ad aiutare i meno fortunati.

Cosa hanno escogitato i giuristi alla Rodotà, i professoroni che hanno avuto il potere in Parlamento di scrivere le leggi? Hanno consentito l’aberrazione del metodo retributivo, fonte del mastodontico buco dell’Inps, ogni anno quantificato in circa 20 miliardi di euro, a causa del “metodo Madoff” del calcolo delle pensioni, non rispondenti in alcun modo ai contributi versati. Si tratta quindi di un “furto generazionale” (definizione coniata da Tommaso Padoa-Schioppa), a danno delle generazioni successive, che sono e saranno costretti a un carico fiscale e contributivo ai limiti dell’assurdo per sostenere il sussidio pensionistico al resto della popolazione. Lo scandalo è che il sussidio in molti casi viene garantito a chi non è assolutamente in situazioni economicamente difficili, bensì a chi sta già bene. In tal caso non c’è alcuna giustificazione economica poiché si sussidiano i ricchi. Di chi stiamo parlando? Degli insegnanti di Lombardia, Piemonte, Veneto, andati in pensione a 40 anni, che prendono la pensione da oltre 30 anni. E visto che hanno lavorato poco, vivranno, beati loro, a lungo. Parliamo dei parlamentari, dei consiglieri regionali, dei militari (promossi di diritto l’ultimo giorno di lavoro). Per coloro, le regole sono assolutamente vantaggiose. E cosa ci dice Stefano Rodotà? Che siamo in una situazione di “asfissia”. Ma per favore! Sono gli imprenditori che non riescono più a respirare a causa di anticipi fiscali, Irap, addizionali, Imu sui capannoni.

Il buon Rodotà intanto se la gode con una pensione da parlamentare pari a 4.992 netti al mese (110mila euro lordi l’anno) a fronte si soli 15 anni di lavoro (dal 1979 al 1994). Quanto dovrebbe contribuire un normale lavoratore oggi per avere tale pensione? Il conto è presto fatto. Siccome il coefficiente di trasformazione per un individuo di 65 anni oggi è circa del 5%, è necessario un montante contributivo di 2,2 milioni di euro per avere tale pensione. Ipotizzando una rivalutazione bassa (visto la crescita anemica del Pil), un giovane di oggi deve versare all’Inps circa 50mila euro l’anno per avere 110mila euro l’anno di pensione. Capite che siamo in un altro mondo. Anzi, sono i professori alla Rodotà che vivono in un mondo stellare. E ci fanno pure la morale della solidarietà. Ho cercato invano nei miei archivi e sulla rete un solo intervento di Rodotà in cui sostiene di aver proposto alcune misure di riduzione della spesa pubblica. Non l’ho trovato perché non ha mai detto e scritto nulla in proposito. Era impegnato a scrivere un libro sulla solidarietà (degli altri a suo favore).

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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