I sussidi vanno dati ai meno fortunati, non a chi sta bene

di Beniamino Piccone - 30 marzo 2015

Quando i governi nel mondo occidentale hanno aiutato le banche, molti si sono indignati. Perché aiutare chi sta bene, come i banchieri? Perché con i soldi dei contribuenti non si aiuta invece la povera gente?

L'analista di politica internazionale Moises Naim – autore dell'interessante La fine del Potere. Dai consigli di amministrazione ai campi di battaglia, dalle chiese agli stati, perché il potere non è più quello di un tempo (Mondadori, 2013), primo libro consigliato nella sua rubrica sui consigli di lettura dal patron di Facebook Mark Zuckerberg – ha illustrato la stessa assurda situazione dei sussidi ai ricchi in relazione ai Paesi detentori di risorse petrolifere: “Molti governi mantengono i prezzi dei combustibili e dell'energia elettrica artificiosamente bassi, e compensano le perdite dei produttori con sussidi che pesano sulle casse pubbliche, per 540 miliardi di dollari l'anno. Studi della Banca Mondiale dimostrano che questa politica aggrava le disuguaglianze, perché i soldi pubblici vanno a beneficiarne maggiormente quelli che guadagnano di più. In Medio Oriente, per esempio, tra il 60 e l'80 per cento dei sussidi va a vantaggio del 20 per cento più ricco della popolazione, mentre ai poveri arriva solo il 10 per cento”.

Nel sistema pensionistico retributivo italiano siamo nelle situazioni descritte sopra: si sussidia chi sta già bene e si penalizzano i lavoratori più giovani. Interessante la posizione dei pensionati di anzianità, ossia andati in pensione sotto i 60 anni ­ ma anche molto prima –, che con l’aumento della longevità (successo italiano), beneficeranno di pensioni per un periodo di tempo superiore alle attese.

Come ci ricorda un esperto di sistemi pensionistici come Giuliano Cazzola, in Italia l’attesa di vita media per una persona di 65 anni, che nel 2015 è pari a 18,6 anni se uomo e a 22,2 se donna, salirà a metà del secolo, rispettivamente a 22 e a 25,3 anni. Ma ci saranno più over 80 che ragazzi con meno di 14 anni, mentre raddoppierà il rapporto tra gli ultra 65enni e la popolazione in età di lavoro.

In un’analisi nel lontano 2004 – ma tuttora validissima – l’economista Vincenzo Galasso su lavoce.info spiegò come l’avversione della Lega (allora al governo con Forza Italia) all’innalzamento dell’età pensionabile fosse dovuta ai tantissimi pensionati di anzianità nei bacini elettorali dove la Lega era forte: Quasi la metà delle pensioni di anzianità corrisposte a lavoratori “non vecchi” (ovvero con meno di 65 anni per gli uomini e di 60 anni per le donne) sono localizzate in Lombardia, Veneto e Piemonte. Le Regioni, insieme al Friuli Venezia Giulia, dove la Lega ottiene gran parte dei suoi voti e ha un peso decisivo sul risultato elettorale della Casa delle Libertà. In particolare ben l’11% dei lavoratori dipendenti che raggiungerà i requisiti per ricevere una pensione di anzianità entro il 2007 risiede in Lombardia, la vera roccaforte della Lega”.

Quando Matteo Salvini si oppone alla benemerita “Riforma Fornero”, abbia il coraggio di dire che le pensioni di anzianità sono un furto intergenerazionale che pagheranno i giovani (compreso lui, che però con stipendio da parlamentare europeo sopporterà benissimo).

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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