I nuovi poveri sono il risultato di un welfare inesistente

di Beniamino Piccone - 20 aprile 2015

La sociologa Chiara Saraceno nel suo ultimo Il lavoro non basta. La povertà ai tempi della crisi (Feltrinelli, 2015) racconta la drammatica situazione sociale italiana, dove ai disoccupati, ai senza lavoro, agli scoraggiati (che non cercano neanche lavoro poiché sono convinti di non trovarlo, e quindi spariscono dalle statistiche dei disoccupati) si sommano i “working poors”, coloro che lavorano ma guadagnano così poco da essere definiti poveri.

I lavoratori poveri in Europa passano dall’8,5% del 2008 al 9,3% nel 2010. Significa che quasi un occupato europeo su dieci non arriva a vivere in modo decente. Purtroppo sono stati tagliati in questi anni i trasferimenti per il sostegno sociale alle fasce deboli. E qui è opportuno dire che in un sistema di risorse scarse quale siamo, non è possibile dare tutto a tutti. Bisogna distinguere.

Aveva certamente ragione l’economista Federico Caffè, scomparso e mai più ritrovato dopo la notte del 14 aprile 1987 , quando lamentava l’assenza di “welfare state”. Noi in Italia lo chiamiamo tale ma sarebbe più corretto usare l’affermazione di Stato assistenziale, che è ben diverso. Guido Rey, allievo di Caffè, ex presidente dell’Istat così si è espresso in occasione della commemorazione di Caffè: “In un momento in cui il welfare state italiano ha regalato troppo a troppi e non è più possibile continuare con una spesa pubblica che soffoca lo sviluppo, ripropongo il riformismo rigoroso di Caffè (amava alla stesso tempo Luigi Einaudi e Beniamino Andreatta) che condannava “lo sfruttamento politico degli emarginati; la pressione dei furbi rispetto ai veri bisognosi nell'avvalersi delle varie prestazioni assistenziali, le ripercussioni dannose a carico del bilancio dello Stato dell’inclinazione lassista a voler dare tutto a tutti”.

Lo Stato sociale è una cosa difficile da costruire e quindi l’Italia si era rifugiata nel più facile Stato assistenziale, di cui le pensioni costituiscono la componente principale. I nostri pessimi legislatori hanno costruito un sistema pensionistico che non distingue tra casi di povertà e di ricchezza, per cui con il sistema retributivo si sussidiano tutti indistintamente, chi sta bene e chi no.

Quando la crescita demografica negli anni settanta ha avuto una battuta d’arresto, era obbligatorio, come invitava Ugo La Malfa nella “Nota Aggiuntiva”, rivedere il sistema pensionistico trasformandolo “a capitalizzazione”. I sindacati si opposero, la politica sorda si accodò e ora siamo qui a scaricare sui giovani i bagordi del passato.

Fino a che concederemo sussidi alle classi agiate tramite il sistema pensionistico, mancheranno le risorse per le classi povere. E questo la Saraceno non lo dice chiaramente. Sarebbe giusto dire che i giovani, le donne, i minori sono le classi che più sono danneggiate dai pensionati. Gli under 18 a rischio povertà, non a caso, sono 27 milioni in Europa e sono aumentati di un milione tra il 2008 e il 2012.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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