L’esegesi delle parole di Carmelo Barbagallo, segretario della Uil

di Beniamino Piccone - 4 maggio 2015

Il 5 aprile scorso leggendo con attenzione la posta dei Lettori di Repubblica non abbiamo potuto esimerci dal leggere le puntualizzazioni di Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil.

Così Barbagallo: “Nella sua eccezionale capacità adattiva (sic!, ndr), il sindacato ha mutato tattica e, seppur mediaticamente (ma se i segretari sindacali sono sempre in televisione!, ndr) relegato in un angolo dall’arroganza dell’uomo solo al comando (Matteo Renzi, presumo, ndr), prosegue il suo impegno a difesa dei propri rappresentati. Ci sono imprenditori o associazioni imprenditoriali che non vogliono rinnovare i contratti? Scherzano col fuoco: gli faremo sciopero nelle realtà in cui si realizzano profitti. E questo ragionamento, fatte le debite proporzioni, vale anche per il governo, il peggior datore di lavoro, che da sei anni tiene bloccati gli stipendi dei dipendenti pubblici”.

Bello combattivo, eh, Barbagallo? Qui intendiamo focalizzarci sulla chiosa finale, dove si accusa il governo di esser il “peggior datore di lavoro” in Italia. Ma cosa sta dicendo? Assurdità. La pubblica amministrazione è il migliore dei mondi possibili. Infatti:

  • Il dipendente pubblico è di fatto illicenziabile; può farne di ogni, ma non viene mai licenziato, neanche in casi conclamati. È pieno di fannulloni, che stanno a casa 200 giorni l’anno da anni, che lo Stato non può licenziare pena l’obbligata riassunzione dopo la sentenza del giudice del lavoro. Vi ricordate l’appello del sindaco di Locri che invocò la Madonna perché due terzi dei suoi dipendenti erano sempre assenti dal posto di lavoro?;
  • in tutti questi anni di lunga crisi, a fronte di migliaia di licenziamenti nelle imprese, l’unico datore di lavoro che non ha provveduto a ridurre le maestranze è l’amministrazione pubblica;
  • non essendo licenziabili, lo stipendio del dipendente pubblico incorpora una polizza contro il rischio di perdita del posto di lavoro. E quindi lo stipendio dovrebbe essere decurtato dal premio assicurativo. Così non avviene;
  • per anni gli stipendi pubblici sono cresciuti ben oltre la crescita dell’inflazione. Solo negli ultimi anni si sono bloccate, fortunatamente, le indicizzazioni, a fronte di una inflazione ormai inesistente;
  • il lavoratore pubblico ottiene premi di risultato, come ci racconta in dettaglio Pietro Ichino, anche se assente, anche se in maternità, anche se malato per mesi.

Caro Barbagallo, se il sindacato intende migliorare il proprio tasso di autorevolezza, la smetta di dire castronerie. Grazie.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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