Le ricette assistenziali hanno poco respiro: il caso Indesit

di Beniamino Piccone - 11 maggio 2015

La stampa ha dedicato ampio spazio alla notizia che la Whirpool – multinazionale americana che comprò a suo tempo la Indesit dalla famiglia Merloni - intende mandare a casa 1.350 lavoratori, venendo meno alla promessa di mantenere interamente la forza occupazionale dell’impresa acquisita.

Il vicedirettore della Stampa Massimo Gramellini, ormai mattatore da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”, ha scritto che l’Italia ha bisogno di “un nuovo Stato sociale che garantisca all’esubero (parola orrenda) di recuperare la sua esuberanza attraverso tre semplici mosse. Un reddito di disoccupazione in grado di attutire i danni collaterali del licenziamento. Un corso di riqualificazione professionale che rigeneri anche mentalmente la persona che si è sentita rifiutata dal sistema. E infine il ricollocamento sul mercato. Sarà questo il Welfare del futuro”.

Gramellini usa il termine “welfare del futuro” con contezza poiché il “welfare del presente” oggi in Italia non esiste. I nostri legislatori – pessimi – hanno disegnato uno stato assistenziale, dove il sussidio viene dato a pochi in modo discrezionale, vedasi cassa integrazione. L’unico ammortizzatore universale che esiste è la pensione, spesso anticipata, garantita per anni a persone sotto i 55 anni, chiamata mobilità, poi scivolo, poi pensione calcolata col metodo retributivo, ossia ben superiore ai contributi versati, scaricando l’onere sulla generazione successiva.

In questo modo si è illusa un’intera generazione che il welfare è non fare nulla, crogiolarsi nella perdita del posto di lavoro, per cui una volta licenziato, l’unica alternativa è piangere e attendere la pensione, anche se si è giovani.

L’economia moderna, densa di discontinuità, invece, necessità di proattività, di mettersi in gioco, di cercare con costanza, determinazione, formazione continua, un nuovo lavoro. Senza lamentarsi ogni secondo. Continuando a cercare fino a che non se ne trova un altro. I sussidi non condizionati, come la cassa integrazione, hanno fatto il loro tempo. Il lavoratore deve darsi da fare, impegnarsi. Non può giocare a tresette per vent’anni come gli operati Fiat di Termini Imerese. Perché i costi li pagano i nostri figli o nipoti che, oltre ad avere lavori precari, devono sostenere il sussidio pensionistico regalato anche ai benestanti tramite la truffa conclamata del sistema retributivo.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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