La Corte Costituzionale decide “a capocchia”

di Beniamino Piccone - 6 luglio 2015

Dopo la disgraziata sentenza della Corte Costituzionale sul blocco delle indicizzazioni per le pensioni sopra i 1.500 euro, che ha costretto il governo a procedere con un decreto legge per limitare l’enorme impatto economico (circa 15 miliardi di euro), grande era l’attesa per la decisione dei giudici costituzionali sul blocco della contrattazione del pubblico impiego.

Come ha scritto con ironia l’economista Thomas Manfredi sembra che la Consulta decida a caso, a secondo della targa alterna del giorno, se prendere in considerazione l’art. 81 della Costituzione oppure no. Con la nuova formulazione approvata qualche anno fa, l’art. 81 caro a Luigi Einaudi prevede rafforzate le tutele del contribuente, dettando limiti alla spesa più cogenti. Il nuovo articolo 81 recita così: “Lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte”.

Nonostante i suddetti vincoli al pareggio di bilancio, la Corte  Costituzionale guidata da Alessandro Criscuolo – a cui una volta in pensione dovremo pagare una profumata pensione, non correlata ai contributi versati, il telefono di casa e la macchina blu con autista – ha deliberato l’incostituzionalità della Legge Fornero sul tema dell’indicizzazione all’inflazione.

In quest’ultimo caso, la Consulta ha decretato che il blocco della contrattazione del pubblico impiego è illegittima, però, sono salvi i mancati rinnovi del passato. Meno male! Altrimenti un’altra tegola di miliardi di euro si sarebbe abbattuta sui già fragili conti dello Stato.

È bene ricordare che negli anni del governo “liberale” Berlusconi, i dipendenti pubblici ottennero dei rinnovi fuori da ogni logica economica, che hanno portato fino al 2007 a un differenziale elevatissimo tra salari pubblici e privati. Manfredi scrive: “Nella prima metà degli anni 2000, le retribuzioni lorde del settore pubblico sono cresciute in media annuale del 4.9% in termini nominali, ben più dell’inflazione, contro una crescita media annuale del 3.5% delle retribuzioni private”.

Sabino Cassese, già giudice della Consulta, ha scritto con chiarezza: “Se la Corte, con sentenze che hanno grande impatto sulla spesa pubblica, obbliga il Parlamento a riallocare grandi quantità di risorse, non solo produce squilibri di bilancio, ma priva di tutela altri titolari di diritti”.

Meno male che nel 2010 venne deciso il blocco della contrattazione, chissà dove saremmo finiti! Aggiungiamo che spesso i contratti di lavoro nel pubblico prevedono una compensazione premiale con degli obiettivi a dir poco facili da raggiungere. I dirigenti del Comune di Roma per prendere il 100% del bonus devono lavorare almeno 110 giorni l’anno (su 365). Come è difficile lavorare un terzo dei giorni disponibili! E neanche si può valutare la qualità del lavoro. La Camusso protesterebbe a viva voce.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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