Caso Volkswagen: quando gli italiani sceglievano nomi tedeschi per aumentare la credibilità

di Beniamino Piccone - 12 ottobre 2015

La vicenda Volkswagen ha dell’incredibile. La più grande casa automobilistica europea deliberatamente tarocca il software di misurazione delle emissioni di gas su tutti i veicoli venduti negli Stati Uniti. Un rischio corso senza senso da parte dell’amministratore delegato Martin Winterkorn che non poteva far altro che dimettersi (peraltro prenderà una buonuscita di oltre 30 milioni di euro, che è vergognosa, visti i danni creati a Volkswagen e a tutto il settore automotive).

Riccardo Puglisi ha evidenziato che – con 482mila auto vendute in Usa in un anno – la probabilità di essere beccati era del 99,19%. Non si capisce quindi perchè in Volkswagen abbiano voluto sostenere questo rischio enorme. Possiamo ipotizzare l’eccesso di fiducia in se stessi, l’arroganza, la tracotanza tipica dei banchieri disposti a sostenere con i subprime dei rischi che la teoria economica ha definito moral hazard. Evidentemente anche le società automobilistiche pensano che, in caso di pericolo, intervenga lo Stato – e quindi il contribuente – per salvare qualcosa che è too big to fail. Non è un caso che il Land della Sassonia sia azionista importante (20%) di Volkswagen.

È in gioco la credibilità di tutto il sistema europeo. Come sostiene Warren Buffett, ci metti una vita a farti un nome, una reputazione, e poi, basta un giorno, per perderli. Fino a oggi era tale la fiducia nel mondo delle imprese tedesche che molte società italiane decidevano di attribuirsi un nome tedesco per aumentare le vendite.

Li stermino con il giusto menù”, era il titolo di un articolo di Anna Sandri sulla Stampa del 7 aprile 2010, in cui Massimo Donadon, imprenditore trevigiano di successo, racconta la sua storia nel settore dei veleni per topi. Donadon ha dedicato tutta la vita a dare la caccia ai topi, ne ha sterminati milioni e milioni, e gioca con loro una partita fatta di tentazioni e sapori. In ogni Paese, Donadon offre un veleno diverso: “Lo abbiamo capito negli Anni 70. Già allora, tra un piatto di parmigiano grattugiato e un bel macinato di cavi elettrici, il topo non aveva dubbi e si lanciava sulla plastica. Se non metti in conto che il topo è intelligente e selettivo, non potrai mai contrastarlo”. Ai topi di Tokyo bocconcini che sanno di soia, a quelli di Napoli che sanno di pizza, in Algeria che sanno di couscous.

Donadon mette nei bocconcini una sostanza asfissiante perchè il topo esca in cerca di aria e non muoia nelle tane, un veleno indolore perchè il morituro non avvisi la colonia di suoi amici topi che quel cibo è cattivo. Come ha chiamato la sua impresa Massimo Donadon? Max Bayer Deutschland, anche se la società è italianissima, con sede a Carbonera in provincia di Treviso. A Gian Antonio Stella Donadon rivela di aver scelto quel nome tedesco “perchè fa “serio”. All’estero l’Italia non è tanto stimata. Mafia, spaghetti, ‘O sole mio...Quando proprio devo dire che sono italiano dico che vengo da una città vicina alla Germania” (Schei, Mondadori, 2000, p. 29).

Se una truffa simile fosse successa in Italia, “apriti cielo”, si sarebbe gridato al solito comportamento degli italiani, il Financial Times avrebbe titolato: “The usual italian job”.

Dopo il pilota Andrea Lubitz della GermanWings che si suicida schiantandosi con 150 passeggeri sulle Alpi francesi e questo assurdo comportamento del top management della “Macchina del popolo”, speriamo che in futuro gli italiani prendano altri esempi. I tedeschi sono come noi, anzi, forse così overconfident, sicuri di se stessi, che eccedono causando danni incalcolabili.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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