La follia dell’autodichìa: una replica

di Beniamino Piccone - 26 ottobre 2015

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la replica di Irene Testa e Maurizio Turco all’articolo “La follia dell’autodichìa”.

 

Gentile professor Piccone,

Le siamo grati di aver dato visibilità, sul Suo blog (“La follia dell’autodichìa, 19 ottobre 2015), alla battaglia con cui è stata portata “in Corte Costituzionale la questione di uno dei più arcaici privilegi, di stampo monarchico, che vige ormai unicamente al mondo presso gli organi costituzionali nel nostro Paese”, l’autodichia. I radicali sono parte non secondaria di questa battaglia, da quando il ricorrente perse i suoi avvocati per aver depositato in Cassazione un gruppo di disegni di legge, tra cui quello proposto da Rita Bernardini nella scorsa legislatura. Forti di questa primazia, vorremmo però invitarla a non cadere nel vizio metodologico con cui spesso questa complessa questione viene affrontata.

C’è chi depreca l’autodichia perché consente retribuzioni fuori mercato per un migliaio di dipendenti pubblici, ma poi la invoca per impedire loro di ricorrere contro il taglio extra-legale delle predette retribuzioni. C’è chi depreca l’autodichia perché le Camere hanno accordato “in house” il retributivo ai vitalizi degli ex parlamentari, ma poi la invoca per revocare i predetti ai condannati con una semplice delibera dell’Ufficio di Presidenza. C’è chi depreca l’autodichia perché consente di tenere portaborsi sottopagati al nero senza versamenti contributivi, ma poi lascia la nostra Bonino da sola a votare a favore dell’accesso degli Ispettori del lavoro in Senato. C’è chi depreca l’autodichia perché consente l’accesso ai lobbisti ai Palazzi senza un registro pubblico, ma poi la invoca quando uno di loro viene escluso dai palazzi senza possibilità di ricorrere al giudice contro l’esclusione. C’è chi depreca l’autodichia perché il riparto dei tempi per l’accesso ai mezzi radiotelevisivi è deciso politicamente da una Commissione bicamerale, ma poi la invoca quando i radicali esclusi ricorrono al Tar contro il riparto. C’è chi depreca l’autodichia perché le nomine alle Authorities vengono fatte in Parlamento senza curriculum pubblici depositati, ma poi la invoca quando qualcuno ricorre alla Corte d’appello contro la carenza di titoli del nominato.

Questo avviene perché l’autodichia è una procedura, più che un privilegio: essa sottrae al giudice la possibilità di rivalutare atti che avvengono all’interno dei Palazzi del potere. Noi abbiamo proposto che questa sottrazione si limitasse agli atti della funzione dell’organo costituzionale (per il Parlamento, fare leggi o emendamenti e svolgere interrogazioni), dando invece libero accesso allo Stato di diritto quando si agisce come una qualsiasi altra pubblica amministrazione. Vediamo che la sentenza n. 120 del 2014 ha iniziato ad affacciare questo concetto, e siamo fiduciosi che la battaglia di Piero porterà a una piena affermazione dello Stato di diritto nella gestione amministrativa dei palazzi del potere.

Come per tutte le procedure, potranno giovare ora all’una, ora all’altra parte: ottima occasione per risistemare l’intera materia con una legge, pessima occasione per ridimensionare in termini di “voracità” le giuste doglianze degli interessati. Spezzare il circolo vizioso dell’autodichia si può, a costo di approcciarsi a essa con onestà intellettuale: quella che a Lei, siamo certi, non mancherà, dando pubblicità sul Suo blog alla presente lettera.

Con i migliori saluti

Irene Testa, Coautrice insieme ad Alessandro Gerardi del libro Parlamento zona franca, lo Scudo dell’Autodichia

Maurizio Turco, già parlamentare Radicale e membro della Commissione Affari Costituzionali della Camera

 

Controreplica di Beniamino Piccone:

Sono convinto da tempo che i nostri padri e nonni ci hanno lasciato non un debito pubblico pazzesco, ma una struttura di regole che non ha ragione di esistere. In nessun luogo del mondo esistono dei barbieri o dei dattilografi con stipendi superiori ai 100mila euro, esclusi premi, benefit e gratifiche. Che non si possano cambiare le cose, grazie all’autodichìa, è semplicemente scandaloso. Coloro che si attaccano a regole feudali devono capire che la maggior parte dei cittadini lavora onestamente per avere uno stipendio di 20mila euro l’anno lordi. E non può ammalarsi tre mesi l’anno come un qualsivoglia dipendente pubblico, come noto illicenziabile.

Non sono d’accordo con voi che l’autodichìa sia una procedura. È un meccanismo infernale per evitare che si tocchino i privilegi di individui che vivono sulla luna. Abbiamo scritto su queste colonne che è troppo comodo invocare diritti senza doveri, come fa il prof. Stefano Rodotà, un giorno sì e uno sì: “Ho cercato invano nei miei archivi e sulla rete un solo intervento di Rodotà in cui sostiene di aver proposto alcune misure di riduzione della spesa pubblica. Non l’ho trovato perché non ha mai detto e scritto nulla in proposito. Era impegnato a scrivere un libro sulla solidarietà (degli altri a suo favore)”.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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