La follia dell’autodichìa

di Beniamino Piccone - 19 ottobre 2015

Due anni fa l’economista dell’Università Bocconi Roberto Perotti si era messo a lavorare – con un benemerito atteggiamento civico – sui bilanci della Camera e del Senato. Dalle analisi, precise e metodiche risultò che la Camera dei Deputati costa più del doppio della House of Commons britannica, nonostante quest’ ultima abbia un numero di deputati addirittura superiore.

Gli uffici della Camera, pressati dalla pubblica opinione, risposero che i costi erano in decisa riduzione. Perotti replicò subito che si trattava di confronti poichè la rappresentazione dei dati era fallace: Nel 2013 la spesa aumenterà enormemente, e supererà quella del 2012 di circa 120 milioni (oltre il 12 percento) sia al lordo che al netto dei rimborsi ai partiti. Guardando alle singole voci, la remunerazione dei deputati, cioè quanto mettono in tasca senza dover presentare alcuna ricevuta, è aumentata in ognuno dei tre anni, contrariamente alla pubblicità ingannevole del sito della Camera. Le pensioni e vitalizi dei deputati aumenteranno nel 2013 di quasi 10 milioni, nonostante la tanto sbandierata riforma. Le pensioni del personale aumenteranno di 20 milioni, quasi il 10% in un anno! Soprattutto la spesa per acquisto di beni e servizi e la spesa in conto capitale aumenteranno enormemente,  da 160 a 260 milioni”.

Il Presidente della Camera Laura Boldrini, quindi, si attivò per ridurre gli stipendi abnormi dei dipendenti della Camera, decisamente fuori mercato. Nacque subito un problema, l’autodichìa.

Solo consultando i dizionari, siamo in grado di capire cosa è. È la particolare prerogativa dei due rami del Parlamento di risolvere, attraverso un organismo giurisdizionale interno, le controversie insorte con i propri dipendenti. L'autodichìa rientra nel più ampio concetto di autonomia delle Camere, che ha come obiettivo principale quello di salvaguardare l’organo da qualsiasi ingerenza esterna e trova la sua massima espressione nel potere autoregolamentare loro attribuito (Interna corporis).

La Corte costituzionale ha riconosciuto tale forma di giurisdizione compatibile con il dettato costituzionale, che pone il divieto di istituire giudici speciali, sulla base dell'assunto che deroghe alla giurisdizione sono ammissibili nei confronti degli organi immediatamente partecipi del potere sovrano dello Stato, situati ai vertici dell'ordinamento, in posizione di assoluta autonomia e indipendenza.

Come solitamente avviene, il diritto italiano, in alcune parti di matrice feudale, dà la possibilità a chiunque di opporsi, anche quando la situazione è lapalissiana. Un dipendente del Senato Piero Lorenzoni, demansionato e ricorrente in Cassazione, con la sua battaglia è riuscito a portare in Corte Costituzionale la questione di uno dei più arcaici privilegi, di stampo monarchico, che vige ormai unicamente al mondo presso gli organi costituzionali nel nostro Paese.

Ne deriva che il progetto di riduzione dei costi della Camera è sospeso, in attesa della Corte Costituzionale. Intanto la spesa corrente vola, e il gettito tributario deve sempre salire per coprire la voracità di alcuni soggetti, che bellamente sono illicenziabili, inamovibili, e, non soddisfatti, ricorrenti in Corte Costituzionale. Amen.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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