Caro prof. Boeri, dia una svegliata ai dipendenti dell’Inps

di Beniamino Piccone - 23 novembre 2015

Giovedì 15 ottobre la signora Donata Zocca scrive a Repubblica Milano segnalando le sue disavventure presso l’Inps, i cui dipendenti sono ancora abituati ai bei tempi, quando l’importante non era la produttività del lavoro, bensì portare a casa lo stipendio, compresa tredicesima e quattordicesima.

La gestione di Antonio Mastrapasqua non ha certo dato il buon esempio. Il commissario straordinario alla guida dell’Inps per lunghi anni (dal 2008 al 2014), ha mantenuto diversi incarichi mentre presiedeva l’Inps, dando l’impressione alle maestranze che tutto è lecito. Al momento Mastrapasqua è agli arresti domiciliari dopo le incriminazioni legate alle truffe all’Ospedale Israelitico di Roma, dove il nostro era direttore generale (una carica operativa) mentre sgovernava l’Istituto Nazionale di Previdenza.

Zocca, cittadina e non suddita, scrive: “Porto all’Inps del mio quartiere una richiesta di scorporamento della pensione di mia figlia, maggiorenne e autonoma. Aspetto per tre quarti d’ora e intanto leggo un libro. Altri minuti al pc dell’impiegata, che sembra non capire o non trovare qualcosa. Ne vengo fuori con un appuntamento tra un mese in un altro ufficio e in tutt’altra zona. Sposto gli impegni di lavoro, ma ricevo dall’Inps un sms che mi convoca in un’altra data: a quale appuntamento dovrò andare? Ovviamente è impossibile accedere a un numero telefonico, quindi vado al primo appuntamento, ma arrivata al numero civico la porta è chiusa. Leggo su un cartello che la sede è aperta solo al mattino, ma che al pomeriggio ci si deve presentare a un altro numero civico. Vado e non c’è niente. Non demordo, torno nel «block» degli edifici, vedo un citofono ed entro. Il mio nome si legge nel tabulato degli appuntamenti sia in portineria sia nell’enorme sala/ufficio praticamente vuota, dove due impiegate stanno scartabellando e un operatore è seduto con qualcuno nell’ufficetto del “pensionato assicurato”. L’appuntamento viene confermato, finchè dopo vari tentativi a vuoto di trovare un ufficio per me, una operatrice al telefono dice che il mio appuntamento è tra due giorni! Sono basita, anche l’impiegata capisce che è assurdo e chiede all’unico operatore di ricevermi. Scorgo dal vetro una reazione isterica, con lui scocciato che scuote dei fogli sul tavolo lanciandoli e “dicendo” espressivamente: non tocca a me [...]. Improvvisamente dal niente appare una donna dell’ufficio di fianco (grazie a Dio) che ritira il foglio della richiesta... e il gioco è fatto”.

Caro prof. Boeri, un tedesco direbbe “Ich habe di Nase voll”, ossia ne abbiamo le palle piene degli imboscati negli uffici pubblici – che peraltro costringono al doppio lavoro i bravi dipendenti che lavorano sodo. Gli uffici devono funzionare bene, e i dipendenti pubblici devono capire che sono al servizio del cittadino. Come disse Margaret Thatcher, “non esistono soldi pubblici, esistono soldi del contribuente”, il quale pretende rispetto, serietà e livello di servizio.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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