La prossima riforma costituzionale è lo smantellamento delle Regioni Autonome

di Beniamino Piccone - 11 gennaio 2016

Qualche tempo fa il cantante Roberto Vecchioni ha osato dire che la Sicilia è “un’isola di  merda”. Una sintesi un po’ volgare. Uno sfogo di rabbia. Ma la ratio della reazione esiste eccome, visto che i politici siciliani persistono nel voler rovinare una terra bellissima.

Le quattro città più popolose della Sicilia (Catania, Palemo, Messina e Agrigento) sono agli ultimi posti per qualità della vita. Ogni giorno leggiamo di società pubbliche in dissesto, della spazzatura nelle strade che non viene raccolta, dei dipendenti (esuberanti) sempre in malattia. A Enna le tariffe per l’acqua potabile sono da capogiro. Strade e ferrovie sono le peggiori d’Italia. La politica siciliana ci ha messo del suo, contribuendo al degrado, allo smantellamento del minimo buon senso nell’amministrazione pubblica. Capacità progettuale? Solo per “magnare” e vivere di corruzione.

Le ha risposto la scrittrice Dacia Maraini sul Corriere della Sera sostenendo che la Sicilia sta cambiando ma c’è ancora tanto da fare: “Ricordiamo che fino a poche decine di anni fa Palermo era governata da un potente sindaco mafioso (Ciancimino, ndr), che la magistratura era timida e collusa, che i grandi capi mafia vivevano tranquillamente in centro. Il cambiamento è cominciato con i maxiprocessi, con i pentiti stanati da Falcone e Borsellino (non a caso uccisi spietatamente), con il sacrificio di magistrati e forze dell’ordine, con la nascita di organizzazione civiche. Oggi i capimafia stanno in prigione, per la prima volta degli imprenditori si alleano per non pagare il pizzo, i processi si fanno sempre più incalzanti e gli espropri più frequenti”.

Ha certamente ragione la Mariani che le cose sono cambiate, in alcuni settori, ma quello che è cambiato poco è la perversa malversazione compiuta ogni giorno dalla Regione Sicilia, che ha approfittato dei poteri conferiti in sede costituzionale per fare il bello e il cattivo tempo, piangendo sempre (“chiagni e fotti” è il mantra nazionale), e al contempo chiedendo allo Stato nuove risorse, poichè quelle regionali vengono sitematicamente mangiate da una gestione al limite dell’assurdo.

Dopo il referendum sulla riforma del Senato, il governo dovrebbe prendere coraggio e riportare le Regioni a Statuto Speciale nell’ordinario. Ha perfettamente ragione Corrado Augias: “L’esperienza della Regione Sicilia dimostra che il sistema regionale ha fallito lo scopo che era stato immaginato: applicare la sussidiarietà, decentrare l’amministrazione perché un governo più vicino al territorio vedesse meglio i problemi – provando a risolverli. Dopo decenni di larghissima autonomia, l’esperienza siciliana dimostra che il sistema non ha funzionato”.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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