Cari ragazzi, nella scelta dell’università, la facoltà conta eccome

di Beniamino Piccone - 1 febbraio 2016

Spesso sui quotidiani si leggono lettere accorate di genitori che si lamentano dello stato di disoccupazione dei loro figli, i quali hanno in molti casi “preso 110 e lode in Lettere” o i massimi voti in “giurisprudenza”.

Un ulteriore dato su cui riflettere è il numero dei Neet, ossia de giovani “not in employment, not in education or training”, coloro tra i 18 e i 40 anni che non studiano, né lavorano. L’Istat ci dice che solo il 53% degli italiani trova un’occupazione entro tre anni dalla laurea, contro l’80% in Europa. Per i diplomati va ancora peggio poichè solo il 30% riesce a trovare lavoro entro 36 mesi. In Francia siamo al 75%, in Germania il 90%.

Ciò che va detto a chiare lettere ai giovani che la scelta della facoltà universitaria va fatta con ponderazione, dopo essersi confrontati sugli sbocchi lavorativi post laurea. Anni fa l’economista Nicola Persico ha evidenziato come in Italia il numero degli iscritti a facoltà umanistiche sia nettamente superiore al resto del mondo: L’iscrizione a una facoltà universitaria avviene spesso senza guardare avanti, al futuro lavoro che si andrà a svolgere. Ed è per questo che molti italiani rimpiangono le decisioni prese passato, perché le loro mansioni lavorative non corrispondono alle competenze acquisite negli studi. È possibile evitare o comunque ridurre il rischio di una scelta universitaria deludente e i successivi pentimenti? Forse, le famiglie dovrebbero iniziare a discuterne presto, al momento di decidere quale scuola superiore far frequentare ai propri figli”.

Persico considerava “poco strategiche le scelte dei giovani italiani: “Le conseguenze di facoltà scelte male si vedono sul mercato del lavoro. Oltre il 20 per cento dei lavoratori italiani dichiarano di trovarsi in un cattivo match lavorativo: le loro mansioni lavorative non corrispondono alle competenze acquisite negli studi. È quindi lecito chiedersi se, e con quale frequenza, la scelta dell’università sia fatta guardando avanti, al mercato del lavoro. Forse non così spesso. Il sospetto sorge anche perché sappiamo da altre fonti che, in aggregato, la scelta della facoltà universitaria in Italia è poco allineata con le esigenze del mercato del lavoro”.

Pochi ingegneri, molti dottori in legge, moltissimi laureati (per lo più laureate) in lettere. Invece di seguire solo le proprie passioni, è bene sapere quali prospettive lavorative esistono una volta laureato. Altrimenti, poi, risulta meno sorprendente il dato sull’alta disoccupazione giovanile.

Ricetta sintetica: più ingegneri e meno filosofi.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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