La cultura dell’alibi è pervasiva: il caso degli arbitri aggrediti

di Beniamino Piccone - 30 maggio 2016

Ogni anno sono 650 gli arbitri italiani aggrediti e picchiati sui campi di calcio. Tutto ciò è inaccettabile. Come mai i casi sono così numerosi? La risposta è da ricercare nell’antropologia e nella cultura sociale nel Belpaese. La convinzione diffusa è che la colpa sia sempre di qualcun altro, che la responsabilità non sia nostra, bensì di un soggetto all’infuori di noi. Trattasi di cultura dell’alibi, ben tratteggiata da Julio Velasco, allenatore di volley di origine argentina trapiantato in Italia, uomo di grande successo, sportivamente parlando.

Dice Velasco: “Molte volte si pensa che vincere è battere gli avversari, soltanto. Ma vincere significa anche superare i propri limiti: questa è la prima vittoria che uno deve cercare di fare. Anche quando uno è già maggiorenne e impara un nuovo sport e quando riesce a praticarlo, per esempio sciare, ottiene una soddisfazione come vincere una partita. Vincere è anche risolvere delle difficoltà, questa è un’altra vittoria sia nella vita sia nello sport; e poi c’è la vittoria ed è quella con gli avversari. (...) Lo sport serve a imparare a perdere, oltre che a vincere. Serve a imparare a vincere nel senso che bisogna fare le cose bene, bisogna sacrificarsi, bisogna essere efficienti, bisogna dare importanza alle cose decisive, e anche a quelle meno importanti quando la posta in palio è molto alta. Ma serve anche a imparare a perdere. Chi fa sport sa che non si può vincere sempre. L’eccezione è vincere sempre. La cosa normale è l’alternanza tra le vittorie e le sconfitte”.

Il “non è colpa mia” diventa un mezzo per lasciare intatta l’autostima e precludere la strada a ogni analisi che ci permetta di migliorare in futuro. Cosa si può fare per sconfiggere la cultura dell’alibi? Ce lo dice ancora Velasco: “Io l’ho già detto molte volte: noi non siamo la squadra dei sogni, noi siamo una squadra che sogna. Sogna di vincere un’Olimpiade e faremo tutto per vincerla. Se non ci riusciamo, non ci considereremo però dei “perdenti”; sapremo però che abbiamo fallito un obiettivo e aver fallito un obiettivo non vuol dire che siamo nella merda della storia. E questo è altrettanto valido soprattutto per i giovani: voi dovete cercare di vincere il più possibile ma non crediate a quelli che vi dicono che il mondo si divide tra vincenti e perdenti. Il mondo, secondo me, soprattutto si divide tra brave e cattive persone. Questa è la divisione più importante. Poi tra le cattive persone ci sono anche dei vincenti, purtroppo, e tra le brave persone ci sono purtroppo anche dei perdenti”.

C’è molto da imparare dalle considerazioni di Velasco. Peccato che gli arbitri italiani a fine partita, dopo essere stati insultati sui campi di periferia, devono rimanere chiusi nello spogliatoio per ore per evitare di essere malmenati all’uscita. Che tristezza.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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