La Corte Costituzionale e la spending review

di Beniamino Piccone - 25 luglio 2016

Nel difficile triennio 2011-2013, dopo che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano diede l’incarico di formare il governo a Mario Monti, il presidente della Bocconi cercò di intervenire sulla spesa pubblica, con alterni risultati.

Oltre che l’ottima riforma Fornero, riforma strutturale fondamentale che ha bloccato la perversa anomalia del sistema retributivo (pay-as-you go come il metodo Ponzi), Monti intervenne sui trasferimenti agli enti locali.

È notizia di poche settimane fa che la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la revisione della spesa pubblica pari a 7 miliardi di euro, decisa dal governo Monti. La questione, sollevata dal Comune di Lecce, riguarda il metodo del taglio, legato alla media triennale dei “consumi intermedi” dei Comuni (calcolato dal Siope, infrastruttura digitale, di cui ci si siamo occupati in passato).

La Corte ha contestato sia il metodo che il mancato coinvolgimento dei Comuni destinatari dei tagli. I giudici della Corte sono abituati a cassare i tagli di spesa e non sono soliti, vivendo nell’agio pubblico, approvare decisioni di rigore.

È utile ricordare che, nella traiettoria della crescita del deficit e del debito pubblico, un ruolo determinante fu svolto dalla Corte Costituzionale la quale, in modo maldestro, nel 1966 riconobbe la possibilità di ricorrere all’indebitamento per sopperire alle necessità di copertura finanziaria delle leggi, sostenendo che fosse ammissibile coprire le spese future – oltre che con nuovi tributi o con inasprimento di tributi esistenti, riduzione di spese già autorizzate, accertamento formale di nuove entrate – anche con l’emissione di prestiti. Prima di allora tutta la legislazione di bilancio si era mossa interpretando alla lettera l’einaudiano articolo 81 della Costituzione che recitava150: “Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.

Dopo il 1966 si aprirono le voragini del debito, che oggi la stessa Corte tende a sottostimare, vista la severità nel decidere sui tagli di spesa. Con un rapporto debito/pil al 133%, occorre cambiare registro.

 

Beniamino Piccone

@beniapiccone


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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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