Quieto vivere o voglia di crescere

di Beniamino Piccone - 31 ottobre 2016

In un recente scritto di Vittorio Coda - per tanti anni professore di economia e strategia aziendale in Bocconi – ha riportato all’attenzione dei lettori un testo ormai dimenticato di Teilhard de Chardin, filosofo gesuita vissuto nel secolo scorso. Nel discorso sulla felicità, il teologo definisce il “quieto vivere” – seguita da molti concittadini – come la filosofia del “non vivere”.

E’ usuale sentire “no, no, questa è una rogna, non ne voglio sapere”. Se seguo la logica del “quieto vivere”, tenderò a imbozzolarmi, a chiudermi in me stesso, a rifiutare impegni fastidiosi, che possano creare disagio percheè mi fanno uscire dalla “comfort zone”.

Quando nel 1979 Michele Sindona minacciò l’avvocato Giorgio Ambrosoli – allora commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona -, questi seguì la logica del professionista serio, e non chinò la testa di fronte a tentativi di salvataggio – “papocchi”, li definì Enrico Cuccia – sostenuti pervicacemente dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che dava più volte udienza all’avvocato di Sindona, Rodolfo Guzzi.

Senza andare a ripescare nella storia casi eclatanti, è opportuno spingere i giovani verso la strada del piacere di lavorare, del costruire, dello realizzarsi. Esattamente la filosofia contraria al quieto vivere. Mentre spesso ci si concentra sul punto di arrivo, sul prestigio, sulla carica apicale, sul potere e sul denaro, Coda insiste nel valorizzare il percorso, il viaggio, il desiderio di imparare, la voglia di costruire.

Nella pubblica amministrazione – vera e propria piaga biblica – la cultura egemone è certamente quella del “quieto vivere”, che porta a non risolvere problemi, a non prendersi le responsabilità. Ne deriva un ambiente di lavoro inquinato. Nelle parole di Coda: “Si perde assolutamente il valore del servizio al cliente, all’utente del servizio, per cui non si vede l’ora di andare in pensione. Un ambiente di lavoro che è rilassato, sfilacciato, quella che è la missione costituente, la ragion d’essere dell’istituzione (ospedale, ufficio comunale o statale) diventa una cosa secondaria, viene strumentalizzata perchè prima di tutto viene il quieto vivere...Sono state promosse persone senza alcuna capacità di dirigere, senza alcun senso dell’organizzazione, per cui si sono certi reparti che sono andati allo sbando”.

E’ vitale tornare a riscoprire il valore di fare le cose bene, la capacità di fare. Se si vuole la felicità vera, duratura, bisogna percorrere la strada della “crescita e movimento”. Il “quieto vivere” dà felicita illusoria.

Beniamino Piccone Private banker - Economista - Docente universitario

@beniapiccone 

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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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