Le medie imprese devono spingere verso la quotazione, senza perdere il controllo: Campari, una storia di successo

di Beniamino Piccone - 24 ottobre 2016

Siccome svolgo da tempo la professione di consulente finanziario, mi capita usualmente di compiere delle valutazioni sui portafogli degli investitori potenziali. Purtroppo sono scene dell’orrore, poichè l’italiano si è arricchito senza avere il tempo (e la voglia) di formarsi una cultura finanziaria. Per cui il tipico portafoglio di un risparmiatore/investitore sul suolo italiano ha le seguenti caratteristiche:

- È concentrato su titoli quasi esclusivamente italiani;

- La diversificazione del portafoglio su base geografica non esiste;

- I titoli obbligazionari sono emessi dalla banca dove si ha il conto corrente;

- I titoli azionari sono: la banca dove si ha il conto corrente; qualche altro titolo che si è polverizzato nel tempo (Telecom, Generali, Tiscali, STMicroelectronics, etc.);

- Qualche sparuto fondo di investimento, per lo più fondi flessibili, che sono molto profittevoli per la banca (e poco per l’investitore, visto il profilo commissionale molto alto).

Mi è capitato veramente di rado di vedere un portafoglio costruito in modo sensato. Purtroppo il fai-da-te ha ancora molti seguaci. Come se uno avesse un problema all’occhio e decidesse di operarsi da solo. La stessa cosa. So che sono in conflitto di interesse, ma mai come oggi – vista la complessità dei mercati e degli scenari di riferimento – dovrebbe valere il detto milanese “Ofelè, fa’ el to mestè’”, “O pasticciere, fai il tuo mestiere”.

Mi sono posto negli anni e mi pongo sempre la stessa domanda: perchè gli investitori - se vogliono continuare nel fai-da-te – non investono le loro risorse nel capitalismo familiare sano italiano, costituito da imprese formidabili, quotate, le cosiddette multinazionali tascabili?

Portiamo un esempio concreto. Il gruppo Campari, “fondato nel 1860, è un’azienda leader nell’industria globale del beverage di marca, con un portafoglio di oltre 50 marchi premium e super premium che si estende dal core business degli spirit a wine e soft drink. Il Gruppo è sesto per importanza nell'industria degli spirit di marca, e i prodotti sono commercializzati e distribuiti in oltre 190 paesi nel mondo”.

La famiglia Garavoglia decise di quotare l’azienda di famiglia nel luglio 2001 – solo pochi mesi prima dell’attentato alle Torri Gemelle a New York. Nel 2011, a distanza di 10 anni dall’investimento Campari uscì pubblicamente sui giornali celebrando 10 anni di successi dal momento della quotazione. Mentre la maggior parte degli italiani si leccava le ferite a causa di un portafoglio concentrato sulle solite società del capitalismo di relazione, gli azionisti Campari potevano brindare – magari con un Aperol-Spritz.

Nel comunicato stampa del luglio 2011 di poteva leggere: “Il buon andamento della  performance operativa di Campari dalla sua quotazione si è riflesso sull’andamento del titolo, che ha registrato la migliore  performance sia nell’industria globale degli spirit sia tra le IPO avvenute del 2001 in Italia, nonché una delle crescite più forti tra i titoli dell’indice FTSE/MIB dal 2001. Un azionista che avesse acquistato un azione Campari nel 2001 per €1,55 potrebbe ora rivendere la stessa azione per € 5,80, con un incremento assoluto del +274%. I termini di rendimento totale, ovvero includendo i dividendi, l’incremento è stato di +307% e +350% nel caso i dividendi fossero stati reinvestiti. Questa performance corrisponde a un rendimento totale (inclusi i dividendi) dall’IPO del +15% all’anno. Inoltre, in termini di  performance relativa, Campari ha sovraperformato l’indice FTSE/MIB (l’indice delle blue chip di Borsa Italiana di cui Campari, il solo titolo quotato in Italia nel beverage, è entrato a far parte dal 2009) del +320%, e l’indice DJ STOXX 600  food & beverage del +231%”. Il trend positivo di Campari è proseguito anche in questi ultimi 5 anni, dal 2011 al 2016. Ad oggi (scrivo il 14 ottobre) il rendimento dal momento della quotazione è pari al 571% (senza dividendi) e 756% (con dividendi).  Oggi Campari capitalizza circa 5,5 miliardi di euro.

Non è causale che il manager di Campari sia esterno alla famiglia. Se si vuole crescere, è necessario guardare fuori e scegliere una persona capace. Perchè le famiglie italiane spesso si ostinano a cercare l’amministratore delegato in casa? E’ una scelta spesso miope.

Il Chief Executive Officer di Campari Bob-Kunze Concewitz scriveva nel 2011: “Confidiamo in molti altri decenni di crescita, puntando su un portafoglio, un’organizzazione e un network distributivo sempre più forti”. Ha mantenuto le promesse, in fatti Campari ha acquisito altri marchi. Così come la quotazione del 2011 ha consentito di raccogliere le risorse per aumentare l’offerta – SKYY Vodka, Aperol nel 2003, Wild Turkey – così negli ultimi anni sono stati acquisiti tra gli altri, Coruba, Red Label, Averna, Grand Marnier.

Pensateci un attimo. Mettete in comparazione le scelte di altre famiglie italiane e quelle dei Garavoglia. I primi hanno in diversi casi perso l’azienda – perchè “unfit” a gestire l’impresa. I secondi, che hanno scelto un percorso di crescita con manager esterni e seri, siedono ora su una ricchezza superiore ai 2 miliardi di euro. 

Beniamino Piccone Private banker - Economista - Docente universitario

@beniapiccone 

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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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