Le grandi famiglie e il governo societario, una sfida sempre più dura, ma inevitabile

di Beniamino Piccone - 14 novembre 2016

La stampa internazionale – quella italiani è concentrata sulle questioni politiche domestiche, referendum in primis – ha dato ampio spazio al licenziamento in tronco del presidente (con deleghe operative) del gruppo Tata Cyrus Mistry, sostituito dal patron azionista di maggioranza Ratan Tata.

Tata è uno dei maggiori gruppi industriali indiani con una lunga storia industriale nei più svariati settori produttivi. Il Gruppo Tata fu fondato nel 1874  da Jamshedji Tata e fin dalla fondazione un membro della famiglia Tata è stato quasi sempre alla guida del gruppo. Il gruppo è costituito da 93 società in sette settori di attività – il più grande è il settore automobilistico, Tata Motors che possiede anche il marchio Jaguar Land Rover - che impiega circa 220.000 dipendenti.

Il Financial Times ha parlato di Buddenbooks moment, rifacendosi al noto romanzo di Thomas Mann, che descrive il disintegrarsi della famiglia di mercanti di Lubecca, dopo la morte del fondatore del business, che non ha trovato adeguati ricambi generazionali.

In India i maggiori imprenditori sono alle prese con il tema cruciale della separazione tra proprietà dell’impresa e management. Gli interessi della famiglia sono cosa diversa dal business familiare. I giornali indiani hanno scritto che la defenestrazione di Mr Mistry rappresenta il fallimento della corporate governance, l’incapacità delle società pubbliche e private quotate in borsa di essere veramente responsabili – accountable, il render conto è più efficace - verso gli azionisti di minoranza.

In Italia esiste una naturale ritrosia da parte degli imprenditori a quotarsi in borsa. Il mercato azionario viene visto come qualcosa di astratto, lontano; la finanza considerata “brutta e cattiva”, quando – se usata correttamente – è un formidabile volano per la crescita dell’impresa. Guido Corbetta - professore di Strategia delle imprese familiari in Bocconi – recentemente su Corriereconomia ha scritto con saggezza: “La resistenza degli imprenditori italiani ai processi di quotazione è ancora molto elevata, ma è fuori di dubbio che la quotazione, oltre a favorire la raccolta dei mezzi finanziari per sostenere la crescita (e magari per semplificare la compagine proprietaria), introduce nella gestione elementi di maggiore obiettività”. Infatti la quotazione porta con sè anche la creazione – se non presente – di un sistema di contabilità direzionale che permette al management una migliore e immediata presa sui risultati. Se le cose non funzionano in un business i sistemi direzionali consentono di intervenire con prontezza, evitando (a babbo morto), per esempio, di sostenere che non si poteva immaginare una debacle così, che so, dei margini sul fatturato. Insomma, con la quotazione, l’impresa migliora, diventa più efficiente, più dinamica, e riesce anche ad attrarre management di alto livello, che è disposto ad andare a lavorare in una società, dove ci sono maggiori margini di intervento e superiori possibilità di crescita, a livello di esperienza e di guadagno.

Spesso le famiglie italiane sono prese dal desiderio di possesso, pensano che “comandare sia meglio che fottere” (proverbio siciliano) e quindi sono scettiche nel cedere lo scettro di comando a membri esterni alla famiglia. Sempre Corbetta dice: “Questa sovraesposizione dei membri della famiglia (che sono presenti sia nella holding che nelle società controllate, ndr) è tipica del nostro capitalismo....ma certamente un orientamento al futuro dovrebbe spingere le famiglie italiane a dotarsi di sistemi e processi che consentano di inserire con maggior tranquillità manager apicali non familiari”. Se poi  i manger esterni non funzionano, fortunamente li si può licenziare. Come Mr Mistry.

Beniamino Piccone Private banker - Economista - Docente universitario

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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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