Gli imprenditori italiani somigliano a Donald Trump

di Beniamino Piccone - 28 novembre 2016

Gli imprenditori italiani somigliano - senza saperlo – in modo formidabile a Donald Trump. Un giorno il futuro presidente degli Stati Uniti d’America, intervistato dalla CNN, confessò: “Sono il re del debito. Lo amo”. Se andiamo a vedere la struttura del passivo dei bilanci delle imprese italiane, osserviamo come il peso del debito sovrasti di gran lunga il capitale proprio. Secondo l’analisi di Massimo Bordignon e Rony Hamaui su la voce.info il problema strutturale delle imprese italiane, più che la mancanza di credito, è la carenza di capitali: “Negli ultimi quindici anni il rapporto tra debiti finanziari e valore aggiunto delle imprese italiane è passato dal 100 al 180 per cento (dati Bankitalia, ndr). Anche il loro leverage (pari al rapporto tra i debiti finanziari e la somma di questi ultimi e del patrimonio netto) ha sfiorato un massimo storico del 50 per cento. Le imprese più piccole sono le più indebitate con una leva che supera abbondantemente il 60 per cento. Anche in una prospettiva europea emerge come le imprese italiane abbiano una struttura finanziaria più orientata al debito, soprattutto bancario, e risultino poco patrimonializzate”. Con poche risorse di capitale e molto debito, alla prima richiesta di taglio dei fidi, o al primo calo del fatturato, le fragilità emergono improvvisamente.

Di recente l’Inps, guidato ottimamente da Tito Boeri, ha comunicato che il 94% delle imprese ha meno di 15 dipendenti. In sostanza, purtroppo si conferma che gli imprenditori credono ancora al motto di Giuseppe De Rita del Censis: “piccolo è bello”. Peccato che nel tempo della globalizzazione e dei mercati aperti, il nanismo delle imprese italiane sia deleterio. Per diversi motivi:

  1. Le piccole imprese sono incapaci di internazionalizzarsi. Non hanno le risorse nè le competenze per farlo. Rimanendo concentrate sul mercato domestico – asfittico e per lungo tempo afflitto da una domanda stagnante – il calo del fatturato ha fatto scendere la linea di galleggiamento;
  2. Le piccole imprese non fanno i conti come si deve; la contabilità direzionale spesso non si sa cosa sia. L’imprenditore non conosce i margini veri dei diversi prodotti, nè la velocità di incasso (e quindi gli oneri finanziari da allocare su quel prodotto);
  3. Le piccole imprese non pianificano i fabbisogni di capitale. Se si viaggia senza cruscotto, è difficile capire se si superano i limiti di velocità. Il circolante spesso è una causa di crisi delle imprese poichè il credito se non si trasforma in liquidità accresce solo la necessità di linee di credito, che le banche sono sempre meno disposte a finanziare.

 

Le piccole imprese devono fare uno sforzo per diventare medie. Se riescono a farcela, sono in grado anche di assumere (e pagare) un manager, in grado di presidiare i fattori di debolezza. E’ necessario che sempre un maggior numero di imprenditori intraprenda la via della crescita dimensionale. Piccolo non solo non è più bello, ma sta diventando tragico. 

Beniamino Piccone Private banker - Economista - Docente universitario

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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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