Il Censis certifica le disparità intergenerazionali

di Beniamino Piccone - 16 gennaio 2017

Il Censis www.censis.it  – istituto di ricerca fondato da Giuseppe De Rita nel lontano 1964 – è uscito con la cinquantesima edizione del rapporto annuale. Che Italia emerge? Un Paese in declino strutturale, incrostato, invecchiato, piegato su se stesso. Così sintetizza lo storico Guido Crainz: “Mai così pochi pochi i nuovi nati, mai così dilatata la componente demografica di anziani, mai così depressa la condizione economica dei giovani, che “vivono nella frontiera paludosa fra formazione e lavoro”, e mai così alti i muri tra le generazioni....La sensazione cioè che i figli non vivranno meglio dei loro padri, tutto il contrario”.

Siamo proprio nella situazione descritta da Paul Valery, “non c’è più il futuro di una volta”, il pessimismo domina su tutto, condizionando gli investimenti, pubblici e privati, che languono. I primi perchè soverchiati da una spesa corrente senza freni. I secondi sono ridotti dalla domanda interna che è depressa da ben otto anni. Le famiglie risparmiano in maniera precauzionale, per cui i depositi in conto corrente crescono a dismisura (in molti casi incautamente, pensando al bail-in che potrebbe colpire gli stessi depositi sopra i 100mila euro). Il Censis parla di “bolla della liquidità” che si combina con la “bolla dell’occupazione a bassa produttività”, ossia con i “lavoretti” precari. C’è molta gente che vive di espedienti, in modo raffazzonato.

Giuseppe De Rita, intervistato da “La Stampa”,  spiega come si sia in presenza di un “sommerso di ricerca di più redditi”, non solo di un sommerso di reddito da impresa (tipico degli anni ‘60/’70): “Se io padre ho due appartamenti e mio figlio non ha voglia di studiare, non c’è niente di meglio che offrirgli di vivacchiare gestendo due B&B”. Siamo una società senza padri.

I grafici più preoccupanti presenti nel rapporto del Censis riguardano le classi sociali. Come nelle ricerche della Banca d’Italia sulla Ricchezze delle famiglie italiane, emerge come la classe over-65 sia la vera classe agiata italiana. E’ ora di smetterla di considerare i pensionati poveri. E’ chiaro che si sono delle situazioni disagiate, ma nella media sono la classe sociale che ha goduto di un welfare esagerato, di pensioni a retributivo sussidiate dalla fiscalità generale. Tra il 2004 e il 2013 l’incidenza dei nuovi pensionati di vecchiaia che hanno versato contributi per non più di 35 anni è ben il 37,5%. “Negli anni 2008-2014 il reddito medio del totale delle pensioni è passato da 14.721 a 17.040 (+5,3%)”. Quale altro gruppo sociale ha migliorato il proprio tenore di vita in questi anni di crisi?

L’ingordigia del welfare all’italiana porterà inevitabilmente nei prossimi anni a un innalzamento della percentuale di italiani che saranno costretti a pagarsi di tasca propria (“out of pocket”) le cure sanitarie. Il Censis infatti segnala che già nel 2015 la spesa sanitaria privata ha raggiunto i 34,8 miliardi di euro, poco meno del 24% della spesa sanitaria totale.

Beniamino Piccone Private banker - Economista - Docente universitario

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BENIAMINO PICCONE

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STORIA ECONOMICA
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Private banker presso Nextam Partners SGR. Economista e docente universitario alla’Università Carlo Cattaneo – LIUC dove insegna Sistema Finanziario. È un cultore della storia della Banca d’Italia. Ha curato – sempre con l’editore Aragno il volume Paolo Baffi, Parola di Governatore (2013) e Anni del disincanto. Carteggio 1967-1981 (2014). Collaboratore di Repubblica. È animatore dell’apprezzato blog di economia, finanza e spirito civico Faust e il Governatore.

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