Il bilancio è fiscale

di Alessandro Lini - 17 febbraio 2014

“Il bilancio è fiscale!!” soleva concludere i suoi interventi un collega “anziano” con il quale ho avuto la fortuna di potermi confrontare agli inizi della professione.

In un precedente intervento (Riscopriamo la contabiltà) ho accennato all’importanza di una corretta tenuta delle scritture contabili.

In questi giorni, negli studi dei colleghi che si occupano, anche, di tenuta delle scritture contabili (e non sono pochi, soprattutto nelle città più piccole ed in provincia) si inizia a programmare il lavoro per le chiusure contabili dell’anno.

Sempre di più rispetto al passato, gli aspetti contabili sono oggi influenzati dalla fiscalità che avvolge, ma forse, rende meglio l’idea, dovremmo utilizzare un termine più appropriato: “pervade”, il reddito d’impresa; diventa pertanto quanto mai opportuno affrontare il problema fiscale con la dovuta attenzione già in sede di scritture di chiusura e assestamento (come si chiamavano una volta nei libri di ragioneria). La dottrina ragionieristica individua con questo termine tutte quelle operazioni che si rendono necessarie per pervenire alla redazione del bilancio d’esercizio, documento di sintesi, relativo all’andamento dell’azienda.

Quello che una volta era l’ultima operazione della “check list”, ovvero la rilevazione imposte dell’esercizio ed accantonamento del debito tributario residuo, al netto degli acconti d’imposta già versati in corso d’anno (98%?, 99,5%?, 102,5%?), è diventata sempre di più, con il passare del tempo, una specie di caccia al tesoro; l’utile civilistico è divenuta una figura retorica, oggi neanche lontana parente dell’imponibile fiscale: le innumerevoli riprese fiscali previste dalla disciplina del reddito d’impresa, fanno schizzare verso vette inimmaginabili, (ed anche poco sostenibili in verità), la pressione fiscale reale sulle imprese.

Tuttavia a fronte della crescita esponenziale degli adempimenti, le giornate non sono allungate, restano sempre composte da ventiquattro ore; ecco perché può essere importante affrontare da subito (ma meglio sarebbe poter svolgere un continuo monitoraggio anche in corso d’anno) tutti i riflessi fiscali delle operazioni di gestione riportate nelle scritture contabili, organizzando per tempo il lavoro necessario e gestendo già in corso dell’anno i riflessi tributari, e possibilmente lasciando traccia del lavoro svolto.

Si è parlato per anni di doppio binario, della rilevanza civilistica delle operazioni contabili, della necessità di “disinquinare” il bilancio dagli “effetti fiscali”, invocando l’applicazione dei principi contabili per una efficacie comparabilità dei bilanci nel tempo e nello spazio.

Di fronte alla babele generata dalla proliferazione della normativa tributaria, e non solo da questa, negli ultimi anni è divenuto sempre più complicato il “disinquinamento”, soprattutto per le contabilità delle piccole e medie imprese o meglio ancora delle “microimprese”, che poi sono quelle che costituiscono ancora oggi una fetta importante, oggetto degli incarichi in essere.

Nel precedente intervento si accennava ad una ricerca di Bankitalia su un campione di 500mila Pmi, costituite in società di capitali, di cui riepilogo ni due righe i risultati:

  1. 80% di queste con fatturati < 2 mln €; lavoratori < 10 dipendenti;
  2. quest’80% produce(va?) oltre il 33% del Pil e occupa(va?) circa il 50% dei lavoratori dipendenti.

In questo tipo di aziende, solitamente, la compagine sociale è a ristretta base familiare; nella maggior parte dei casi c’è una totale coincidenza tra l’organo amministrativo e l’assemblea dei soci, (ed in molti di questi casi i soci-amministratori coincidono anche con parte della “forza lavoro” effettiva); qui l’intervento del professionista ed i relativi costi sono visti e vissuti come un ulteriore “tassa” da pagare. Gli unici soggetti esterni interessati sono, nella fase fisiologica, il fisco e il mondo bancario, e nella fase patologica anche e soprattutto il curatore fallimentare; ed è in questo caso che un comportamento professionalmente corretto ed una buona organizzazione e gestione delle carte di lavoro possono fare la differenza, perché non dimentichiamo che il nostro cliente non esiterà certo a dire, “ma io di queste cose non ne so niente, pagavo un commercialista perché ci pensasse lui, io dovevo pensare solo al lavoro, mi limitavo a firmare le carte una volta all’anno”.


Alessandro Lini

@Alelini

 


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ALESSANDRO LINI

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PROFESSIONE, PROFESSIONISTA
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Dottore Commercialista, revisore legale, consulenza aziendale e tributaria. Consulenza ed assistenza nello start up di pmi; enti non commerciali. Ctu,Ctp e procedure concorsuali Relatore in eventi formativi su ordinamento professionale, (deontologia e tariffa), organizzazione degli studi professionali e società tra professionisti.


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