Perché lo hai fatto? Ovvero, che cosa determina il nostro (e l’altrui) comportamento

di Luca Baiguini - 22 luglio 2013

Parto da una, semplice domanda:

Quali sono le macro-variabili che determinano i diversi comportamenti individuali nelle situazioni che si possono presentare durante la vita professionale o personale?

Una risposta in questo schema:

Baiguini -19-luglio -2013

Il comportamento, in sintesi, è determinato dall’interazione tra le caratteristiche della persona e le variabili di carattere ambientale.

A loro volta, le caratteristiche della persona sono il frutto della somma di elementi genetici (innati) e di apprendimento e socializzazione.

Le diverse teorie e modelli sul comportamento puntano l’attenzione su uno di questi aspetti:

  • la prospettiva genetica focalizza l’attenzione sugli elementi genetici che determinano la personalità: tratti, disposizioni e tendenze innati.
  • la prospettiva cognitiva focalizza l’attenzione su apprendimento e socializzazione: la personalità si sviluppa sulla base di apprendimenti ed educazione.
  • la prospettiva situazionale mette in evidenza l’influenza dell’ambiente e dei fattori esterni nel determinare i comportamenti.

 

Le frecce di feedback, infine, evidenziano il fatto che gli effetti generati da un comportamento retroagiscono e impattano sia sull’individuo (attraverso l’apprendimento) sia sull’ambiente.

Ora, se queste sono le principali famiglie di determinanti del comportamento, ciascuna di esse rappresenta anche un possibile fronte d’azione quando il comportamento si desidera, in qualche modo, influenzarlo.

E qui sta la piccola provocazione di questo post: credo sia abitudine della maggior parte di noi concentrare la propria attenzione sugli elementi legati alla persona (tratti della personalità e apprendimento, per lo più), tentando di influenzarli.

Esiste, invece, un altro (ampio) fronte d’azione: quello di cambiare l’ambiente per cambiare il comportamento, nella consapevolezza che la stessa persona, sottoposta a stimoli ambientali diversi, agirà in modo diverso.

Un esempio di prospettiva situazionale è la cosiddetta “Teoria delle finestre rotte”, frutto degli studi dei criminologi James Q. Wilson e George Kelling. Suona più o meno così: se in un caseggiato abbandonato qualcuno passa e rompe il vetro di una finestra, e, come è probabile, nessuno pensa a riparare il vetro, chi viene dopo di lui si sente legittimato a rompere altri vetri. Un atto di questo tipo sembra non presentare alcuna gravità, in quel contesto. E se passa qualcun altro, che vede tutti i vetri delle finestre rotti, si sente legittimato a prendere il telaio di una di quelle finestre, se ne ha bisogno. Se, dopo di lui, passa qualcuno che nota che lo stabile è senza finestre, si sente legittimato a entrarci a curiosare. E se questo tizio ha bisogno di un posto per dormire, quella notte, la domanda più semplice che si fa è: perché non qui? Naturalmente, il fatto che lì qualcuno possa fermarsi a dormire, attira altri senzatetto, che occupano lo stabile.

Morale: la conseguenza di un vetro rotto non aggiustato è il degrado di un edificio e, poi, magari, di un intero quartiere.

La lezione interessante è che la finestra rotta ha “creato un contesto”. Vedendo che nessuno riparava quella finestra, qualcuno si è sentito legittimato a romperne altre. In un contesto diverso, le stesse persone non si sarebbero mai permesse di scagliare una pietra contro una finestra. 

Il corollario di questa teoria è che influenzando il contesto è possibile influenzare il comportamento delle persone. E, spesso, lo si fa con una quantità di risorse e fatica infinitamente inferiore rispetto a tentare di agire sugli altri fattori determinanti.

Certo, questo è un esempio negativo (si parla di degrado che si autoalimenta). 

Se ne potrebbero fare (e molti) di positivi.

Ma preferirei che a farmeli siate voi, nei vostri commenti.

Luca Baiuguini

@lucabaiguini


1 Commenti :

Inviato da davide il 28 agosto 2013 alle 12:54

gentile Luca, penso che il ragionamento delle finestre rotte sia sostanzialmente valido nel caso di una situazione di degrado, quindi con valenza negativa, ma ritengo anche che subisca un forte relativizzazione nel caso di una valenza positiva. basti pensare al concetto proposto da Herzberg relativo ai "fattori igienici"...magari un po' datato, ma comunque condivisibile.

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LUCA BAIGUINI

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FATTORE UMANO ORGANIZZAZIONI
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Docente di Comportamento Organizzativo al MIP – Politecnico di Milano, tiene corsi e moduli nei Master of Business Administration su Negoziazione, Public Speaking, Team Management e Leadership.

Oltre che con MySolution|Post, collabora con il blog di Harvard Business Review, sia nelle edizioni americana che italiana. Condivide idee e prospettive anche sul suo blog www.lucabaiguini.com


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