U invertite

di Luca Baiguini - 30 giugno 2014

Malcolm Gladwell, nel suo ultimo, interessantissimo libro (Davide e Golia, Mondadori) introduce un concetto stimolante: quello dei fenomeni in cui la relazione esistente tra due variabili non è lineare, ma, a forma di U invertita.

Così, per capirci: ∩

Un esempio (fatto dallo stesso Gladwell): qual è la relazione che esiste tra rendimento scolastico e numerosità delle classi? Verrebbe da dire che più è piccola una classe, più il rendimento scolastico aumenta. Questa sarebbe una relazione lineare (si badi, sarebbe una relazione lineare anche il suo contrario: più è grande una classe e più cresce il rendimento).

Il nostro cervello è abituato a ragionare in questo modo: una volta individuata una certa tipologia di relazione tra due fenomeni, tende ad estenderla a tutto l’intervallo osservabile del fenomeno stesso.

Tendiamo, quindi, a rappresentarci il problema della numerosità delle classi (e molti altri problemi, a dire il vero) in questo modo (anche le immagini di questo post sono tratte dal libro di Gladwell).

Curva1

O, al limite, così:

Curva2

In questo secondo caso, intuiamo che la relazione tra dimensione della classe e rendimento scolastico è sì positiva, ma con “rendimenti marginali” decrescenti. Significa che, da un certo punto in avanti, diminuire il numero degli allievi porta ad un aumento di rendimento sempre inferiore, fino a non portare più alcun vantaggio.

 

Il problema, però, è che nessuna delle due curve precedenti rappresenta correttamente la relazione tra rendimento scolastico e numerosità delle classi.
La rappresentazione più realistica è, appunto, quella di una U invertita.

Così:

Curva3

Una curva di questo tipo si articola in quattro parti:

  1. nella prima fase, la relazione è lineare (più diminuisce il numero di bambini, più aumenta il rendimento scolastico);
  2. nella seconda fase, la forza della relazione rallenta e si osservano “rendimenti marginali decrescenti” (alla diminuzione del numero di bambini consegue sempre un aumento dei rendimenti, che però tende a decrescere);
  3. nella terza fase, diminuire il numero di bambini non porta più ad alcun aumento del rendimento (rendimento marginale nullo). E fin qui, il fenomeno viene descritto dalla seconda delle curve che abbiamo illustrato;
  4. nella quarta fase, però (e questa è la caratteristica della U invertita) la relazione si rovescia: una maggiore quantità di risorse non solo non porta vantaggi, ma diventa controproducente (un’ulteriore diminuzione del numero dei bambini per ogni classe porta ad un calo del rendimento scolastico). 

Un esempio classico di curva a U invertita è quello della relazione tra consumo di alcolici e salute. Bere moderatamente porta a migliorare la propria salute. Oltre un certo limite, però, questo miglioramento diventa trascurabile fino ad annullarsi e, se si va troppo oltre, quello che prima era un comportamento salutare diventa, al contrario, dannoso. 

Gladwell porta numerosi esempi di fenomeni che, forse, potrebbero essere descritti da curve ad U invertita. Ne riporto un paio:

  • la relazione tra la facilità di essere genitori e la ricchezza (fino a un certo punto la ricchezza è un vantaggio, poi diventa uno svantaggio);
  • la relazione tra durezza della sanzione detentiva e crimine (fino a un certo punto inasprire la pena porta a una diminuzione dei delitti, poi, invece, porta addirittura ad un aumento).

Certo, è faticoso pensare che ciò che fino a un certo punto è stato un vantaggio e una risorsa possa, superata la soglia, diventare addirittura uno svantaggio o un problema.

Ma, forse, pensandoci bene, molte cose che hanno a che vedere con la nostra vita sono rappresentabili con una curva a U invertita.

Qualcuno vuole azzardare qualche altro esempio?


Luca Baiguini

@lucabaiguini


2 Commenti :

Inviato da Luca Facchin il 6 luglio 2014 alle 11:09

Il primo esempio che mi viene in mente è la burocrazia.

Inviato da Giulia Cerrone il 7 luglio 2014 alle 17:19

Come sempre molto interessante e stimolante. Anche la mia circoscritta esperienza pragmatica (ho sperimentato aule di 13/14 allievi ed aule di 37) mi conferma questa rappresentazione della relazione tra numero dei discenti e qualità/quantità degli apprendimenti. Vale anche per le aule di formazione dove se il numero delle persone è basso, tutto diventa più difficile perchè l'interazione in un certo senso si impoverisce. Sarebbe interessante capire meglio, nel caso della formazione, perchè questo avvenga. Del resto avviene anche per lo stress, che fino ad un certo punto ci aiuta a sviluppare e impegnare le nostre migliori risorse, ma oltre un certo limite finisce per portarci ad un vero e proprio collasso delle prestazioni. Tema da approfondire

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LUCA BAIGUINI

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FATTORE UMANO ORGANIZZAZIONI
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Docente di Comportamento Organizzativo al MIP – Politecnico di Milano, tiene corsi e moduli nei Master of Business Administration su Negoziazione, Public Speaking, Team Management e Leadership.

Oltre che con MySolution|Post, collabora con il blog di Harvard Business Review, sia nelle edizioni americana che italiana. Condivide idee e prospettive anche sul suo blog www.lucabaiguini.com


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