La Giustizia Civile resiste alla digitalizzazione

di a cura di Carlo Piana - 22 luglio 2013

L’Italia è quel paese in cui sono in vigore leggi totalmente obsolete e fuori dal tempo, che nessuno pensa ad abrogare; quando invece si fanno delle norme davvero innovative, queste restano solo sulla carta e vengono bellamente ignorate dai loro destinatari. E se i loro destinatari si chiamano giudici, cancellieri e avvocati (particolarmente abili e avvezzi a “giocare” con l'interpretazione delle norme), possiamo immaginare quanto sia delicata la questione.

È infatti cosa nota che i presupposti per una totale digitalizzazione della giustizia civile esistano da qualche anno. Basti pensare al Codice dell’amministrazione digitale (con le sue precise norme in materia di documento informatico e comunicazioni telematiche) che è formalmente in vigore dal 2005 e che tuttavia è stato ampiamente disapplicato. Lo stesso dicasi per altri interventi legislativi che hanno inciso direttamente sulla procedura civile.

Qualcuno ha fatto notare che appunto si trattava di norme “di principio”, che ponevano delle basi ma che non stabilivano obblighi perentori e tra l’altro lasciavano intendere che un completamento a opera delle norme di secondo livello (regolamenti attuativi, regole tecniche) sarebbe stato necessario. Poi anche queste norme di secondo livello sono arrivate e ciò nonostante le prassi pre-digitali hanno faticato a essere estirpate.

Si arriva dunque al passo definitivo: quello della formalizzazione di un obbligo di legge. È l'ottobre del 2012 (ormai 9 mesi fa) quando il famoso Decreto Crescita 2.0 con l'art. 16, comma 4, inserisce nel nostro ordinamento il principio secondo cui nei procedimenti civili le comunicazioni tra gli uffici giudiziari e gli avvocati “sono effettuate esclusivamente per via telematica all'indirizzo di posta elettronica certificata”.

Voi direte: “be’, più perentorio di così...”. Poi non c'è solo quella norma; c'è anche il nuovo testo dell’articolo 136 del codice di procedura civile, in cui si parla chiaramente della Pec come mezzo prioritario per le comunicazioni di cancelleria, sostituita dal fax solo in caso di accertata e motivata impossibilità di utilizzare modalità telematiche.

Eppure, salvo i casi di alcuni fori particolarmente virtuosi, vi assicuro che, nonostante siano passati ormai 9 mesi, i fax degli studi legali stanno continuando a stampare carta con comunicazioni e notificazioni di cancelleria, con buona pace degli ambientalisti preoccupati per le tonnellate di carta sprecata e dei fan del digitale che, essendo in minoranza, spesso non posso far altro che adeguarsi.

Qualcuno, compreso un giudice, è stato in grado di scovare un cavillo interpretativo che sposterebbe al prossimo dicembre la possibilità di effettuare notifiche a mezzo Pec. La norma dice “A decorrere dal 15 dicembre 2013, ai fini della notificazione e comunicazione degli atti [...] si intendono per pubblici elenchi quelli previsti da[...]”. In una sciagurata ordinanza del 9 maggio 2013 il Tribunale di Padova ha disposto la rinnovazione con mezzi ordinari di una notifica effettuata a mezzo Pec, perché ritiene che prima del 15 dicembre gli elenchi pubblici delle Pec, che pure esistono (per esempio, il Registro delle Imprese, e ora addirittura un elenco unificato, l’UNI-PEC), non sono evidentemente abbastanza pubblici. Non è il caso di approfondire in questa sede; certo, è anche da queste cose che si vede la reale voglia di innovare, anche in vista dell’imminente passaggio definitivo al processo civile telematico (giugno 2014, ma probabilmente anche prima, dove si sarà pronti).

Qui però sembra che nei fatti sia giudici, sia avvocati, sia operatori degli uffici giudiziari siano inerti nell'attesa che qualcuno di loro faccia il primo passo; e nel frattempo fanno di tutto per rimanere saldamente aggrappati alle prassi pre-digitali, anche se ormai contrarie alla legge. E ovviamente, nel silenzio, tutti già confidano in qualche proroga, che se dovesse arrivare davvero sarebbe la fine di ogni speranza di uscire dal medioevo burocratico e cartaceo che ci attanaglia.

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

- - - - - - - - - - - - -

Articolo sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia


0 Commenti :

Commento

Captcha

A CURA DI CARLO PIANA

/media/5648275/piana.png
DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
Account twitter Account LinkedIn Feed RSS

Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

Impresa
Se le leggi offrono poca ospitalità alla sharing economy: i problemi sollevati da AirBnB
30 novembre 2016

Grane legali per Facebook. Quando i social media diventano veicolo di contenuti illeciti
17 novembre 2016

"Secondary ticketing” o bagarinaggio 2.0?
3 novembre 2016

ARCHIVIO