Creative Commons, inaugurata la quarta versione

di a cura di Carlo Piana - 11 settembre 2013

Le Creative Commons sono una famiglia di licenze standard con il quale il titolare dei diritti di esclusivi (soprattutto copyright) può concederne pubblicamente alcuni o tutti gli usi a determinate condizioni.

Sono ormai quasi due anni che se ne parla e che si discute pubblicamente sulle bozze, ed ecco che finalmente ne è stata annunciata e inaugurata la versione 4.0. Ciò è avvenuto in occasione del CC Global Summit 2013 tenutosi tra il 21 e il 24 agosto a Buenos Aires, e dopo che la community degli utilizzatori si è espressa su ben tre draft provvisori pubblicati tra il 2011 e il 2012 sul sito ufficiale.

Dei tre cambi di versione avvenuti dalla nascita del progetto ad oggi, questo è sicuramente quello che porta maggiori innovazioni. Basti pensare alla principale, ovvero quella dell'abbandono della scelta di effettuare un porting nazionale delle licenze per ciascuno dei 70 Paesi in cui è attiva Creative Commons tramite le sue varie Affiliate Institutions. Infatti, fino alla versione 3.0 uno degli elementi caratterizzanti delle licenze CC era proprio la possibilità di applicarle nella versione adattata ad una specifica legislazione e ciò ha sempre comportato un impegno non indifferente di traduttori e giuristi esperti di diritto internazionale e di diritto d'autore per far sì che i vari adattamenti nazionali fossero il più possibile efficaci e coerenti con lo spirito generale delle licenze proposte da CC USA.

Questa scelta andava in controtendenza rispetto all'esperienza delle licenze di software libero e open source, nella quale gli enti promotori dei vari progetti hanno sempre preferito, al contrario, rilasciare un'unica sola versione della loro licenza (tendenzialmente in inglese) indicandola come ufficiale, ed eventualmente diffondere traduzioni con un valore meramente informativo. In altre parole, il documento valido ai fini legali e su cui il giudice di una potenziale controversia deve giudicare resta sempre e comunque quello dell'unica versione ufficiale; le eventuali traduzioni hanno solo lo scopo di rendere più comprensibile agli utenti il senso delle varie clausole.

Proprio su questo aspetto i responsabili del dipartimento giuridico di Creative Commons, capitanati da Diane Peters, hanno deciso di fare marcia indietro e ammettere che la prassi già sperimentata e testata nel mondo del software è quella più opportuna e che maggiormente evita problemi di interpretazione e inconvenienti di compatibilità tra licenze.

In fondo, le licenze sono strumenti di natura negoziale e la loro interpretazione sottosta ai principi del diritto privato; quindi difficilmente una loro localizzazione potrà prevedere tutte le ipotesi possibili e fugare a priori qualsiasi “magagna” interpretativa. A questo punto, meglio lasciare all'interprete del caso concreto l'onere di ricostruire la volontà delle parti (licenziante e licenziatario) e la fattispecie concreta in cui è stata applicata la licenza. Ciò, tra l'altro, porta anche un consistente risparmio di energie e risorse da parte di Creative Commons, che potranno essere investite in altre attività di promozione e divulgazione.

Le novità ovviamente non sono limitate a questa scelta di approccio ma si estendono al testo e alla struttura delle licenze stesse. Ad esempio, la nuova versione si occupa in modo chiaro ed esplicito di licenziare il diritto sui generis sulle banche dati; un diritto che in Europa tutela le banche dati non creative e che nel sistema USA non è previsto. Trattandosi di un set di licenze con una vocazione internazionale, ecco che tale aspetto (che risulta essere probabilmente il punto di maggior differenza tra il sistema statunitense e quello europeo) non poteva essere lasciato in secondo piano.


Simone Aliprandi

@simonealiprandi 

- - - - - - - - - - - - -

Articolo sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia


0 Commenti :

Commento

Captcha

A CURA DI CARLO PIANA

/media/5648275/piana.png
DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
Account twitter Account LinkedIn Feed RSS

Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

Impresa
Se le leggi offrono poca ospitalità alla sharing economy: i problemi sollevati da AirBnB
30 novembre 2016

Grane legali per Facebook. Quando i social media diventano veicolo di contenuti illeciti
17 novembre 2016

"Secondary ticketing” o bagarinaggio 2.0?
3 novembre 2016

ARCHIVIO