La webtax è una soluzione? Risponde un imprenditore italiano

di a cura di Carlo Piana - 18 dicembre 2013

Se n’è discusso molto in varie sedi e in varie salse. Prima sembrava cosa fatta, poco dopo sembrava fosse un’ipotesi abbandonata, infine a sorpresa eccola approvata tra le pieghe di un decreto, per poi ritrovarsi all’ultimo momento ridimensionata. È la cosiddetta “webtax”, ribattezzata nell’ultima versione “spot tax”, ovvero la norma che dovrebbe riequilibrare le dinamiche di un’economia (quella una volta chiamata “new economy”) che tende eccessivamente a spostare ricchezza nei Paesi in cui hanno sede i colossi di Internet, lasciando in Italia solo le briciole.

Arriva dunque qualcuno a gridare vendetta e a chiedere che questi colossi (con i quali nessuna azienda del Belpaese può nemmeno osare a mettersi in competizione) almeno siano tenuti a versare il più possibile le tasse all’erario italiano per le attività svolte qui. Un principio che di primo acchito può sembrare sacrosanto ma che va a toccare alcuni risvolti molto delicati, non ultimo il rischio di rendere l’Italia ancora meno appetibile a soggetti che, nel bene e nel male, portano una ventata di innovazione anche nel nostro mercato interno.

Senza entrare in disquisizioni strettamente tributarie (non avrei nemmeno le competenze), vorrei comunque cercare di approfondire il tema; e lo faccio non tanto attraverso la classica ricerca su fonti teoriche, quanto dando voce a qualcuno che dovrebbe essere tra i veri beneficiari di una simile scelta legislativa: un imprenditore attivo da anni nel mondo di Internet e nello specifico del campo delle applicazioni mobile. Il lodigiano Marco Brambilla, oltre ad essere fondatore di alcune interessanti società come Epicentro e CommonSense, è un imprenditore under 40 ed è da almeno dieci anni un attento osservatore delle dinamiche del mercato ICT.

D: Marco, cosa ne pensi di questa legge? Quali pensi siano i suoi effetti?

R: A mio avviso questa legge non avrà molti effetti concreti. Anche se per assurdo ogni azienda dovesse aprire una corrispondente filiale italiana non cambia nulla, la filiale italiana sarà mantenuta in pareggio/perdita e non avrà utili tassati.

D: E quindi pensi che dietro ci sia una poca conoscenza di queste dinamiche?

R: No, chi ha fatto questa legge le conosce bene, ma i titoli "furbetti del web/Google tax" fanno guadagnare consensi. Non fra noi, certo. Chi ha fatto questa legge sa anche che il tema è in discussione in sede europea (l'unico modo sensato di affrontare la questione) ma l'ha fatta lo stesso: ci chiederanno di cambiarla e noi sentiremo nuovamente la storiella dell'Europa cattiva che non ci lascia fare quello che vogliamo.

D: Quindi quale pensi possa essere una soluzione valida?

R: La pretesa della legge è quella di recuperare elusione fiscale e potenziali posti di lavoro. In entrambi i casi la risposta secondo me è "competitività": competitività fiscale del Paese e competitività delle aziende. Abbiamo leggi che ci consentono di esportare servizi digitali in maniera competitiva? A supporto di tutte le aziende? O continueremo a legiferare per eccezione come nel caso delle start up innovative e delle Srl ad un euro?


Simone Aliprandi

@simonealiprandi

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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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