Nuove regole per gli acquisiti di software della Pubblica Amministrazione

di a cura di Carlo Piana - 27 gennaio 2014

I fan dell’open source le aspettavano da un bel po’; da quando nell’estate del 2012 il Governo Monti fece la rivoluzionaria scelta di intervenire sull’articolo 68 del Codice Amministrazione Digitale e stabilire che le pubbliche amministrazioni (PA), debbano acquisire di preferenza soluzioni di software libero/open source e in riuso. Solo quando queste fossero impossibili si può acquisire quelle proprietarie. I criteri di “impossibilità”, alla luce della “valutazione comparativa”, dovevano essere fissati dall’Agenzia per l’Italia Digitale. Purtroppo per avere questo documento è servito un lungo processo, conclusosi appunto solo alla fine dello scorso dicembre con la pubblicazione della Circolare 63/2013. Questi mesi sono serviti a selezionare e radunare attorno ad un tavolo esperti del settore e rappresentanti di vari stakeholders (enti pubblici, aziende, portavoce delle principali community del software libero, tra cui il titolare di questa rubrica).

Abbiamo quindi pensato di contattare uno dei membri di questa commissione di studio e fargli alcune domande. Stefano Zacchiroli è Maître de Conférences (Professore Associato) all’Università Paris Diderot, è stato per 3 anni Debian Project Leader, ed ha rappresentato la comunità Debian nel tavolo di lavoro (profilo completo).

D: In generale ti ritieni soddisfatto del risultato finale di tutti questi mesi lavoro?

R: Si, il mio giudizio complessivo sul processo di redazione è positivo. I membri del tavolo hanno in realtà agito solo come “consulenti volontari” per l’Agenzia per l’Italia Digitale, ed è quindi l’Agenzia che ha da un lato gestito il processo editoriale e dall’altro firmato le linee guida. Ciò nonostante, l’Agenzia si è mostrata ricettiva agli spunti dei membri del tavolo di lavoro. Le proposte consensuali all’interno del tavolo, così come i contributi individuali utili e coerenti con il principio della legge, sono stati in massima parte recepiti ed integrati nel documento finale. 

D: Quali ritieni siano i punti di forza di questo documento?

R: Innanzitutto il fatto che, stando sia alla lettera delle linee guida che agli esempi di una loro possibile applicazione (forniti nel documento stesso), si toglie qualsiasi dubbio sul fatto che le soluzioni in software libero (o riuso) debbano essere preferite alle alternative. Personalmente ritengo che ciò fosse già evidente nel testo dell’art. 68, ma un’ulteriore conferma ufficiale da parte dell’Agenzia non guasta.

Un’altra parte importante del documento è la cospicua bibliografia di riferimenti a best practices italiane ed estere sull’argomento, come ad esempio l’ottima circolare del primo ministro Ayrault sull’adozione del software libero nella PA francese.

Infine, sono soddisfatto dell’inclusione nel documento di molti riferimenti a cataloghi di software libero, ad uso di quelle parti dello stato che potrebbero avere più difficoltà a trovare in autonomia software libero di buona qualità. In questo senso, l’inclusione di cataloghi comunitari come la Free Software Directory di Free Software Foundation /Unesco è certamente un fatto positivo.

D: Alcuni hanno fatto notare che 70 pagine sono una dimensione eccessiva, che rischia di aumentare l’incertezza interpretativa. Non è stato possibile ridurre la mole del documento?

R: Non sarei così intimidito dalle 70 pagine. Il contributo sostanziale (e originale) del documento è una metodologia per l’acquisizione di software. Si trova nella sezione 3 del documento: sono 24 pagine, inclusive di esempi di applicazione del metodo e riferimenti a cataloghi software. Il resto del documento consta di parti accessorie e sostanzialmente indipendenti, quali approfondimenti giuridici, spiegazioni di contesto, ed oltre 20 pagine di appendici. Poi, certamente, si può sempre migliorare l’accessibilità di un documento. Nulla vieta ad esempio di realizzare un ulteriore “bignamino” che rimandi alle linee guida complete per approfondimenti.

D: Dato che tra i membri della commissione non c'erano solo esperti del settore ma anche portatori di specifici interessi (anche commerciali), è stato difficile mantenere un approccio generalmente obbiettivo e asettico?

R: Diciamo che le attività del tavolo di lavoro sono state piuttosto “vivaci”. È normale che in questo tipo di tavoli si eserciti lobbying di vario tipo, visti gli interessi in gioco. Da questo punto di vista sono stato sorpreso dal sostanziale equilibrio nel tavolo tra rappresentanti del mondo del software libero (ed in particolare di comunità di volontari) e rappresentanti di interessi commerciali, quando non addirittura di constatare una “maggioranza” a favore dei primi.

Detto ciò, ritengo sia stato fondamentale il fatto che il tavolo non avesse una funzione deliberante; l’ultima parola è sempre stata nelle mani dell’Agenzia che si è avvalsa dei nostri contributi per deciderla. Ho quindi personalmente avuto fino all’ultimo la suspence su come la preferenza per il software libero sarebbe stata incarnata nella versione finale delle linee guida, ma non sono deluso del risultato.

D: La notizia della pubblicazione delle linee guida è già rimbalzata in rete raccogliendo un generale plauso per le scelte fatte dall'Italia. Pensi che almeno in questo il nostro paese possa risultare come esempio virtuoso per altri ordinamenti giuridici?

R: A livello giuridico penso proprio di sì. Non ho una formazione giuridica, ma da quanto leggo in giro l’Italia è oggi uno dei paesi che si è spinto più in là in termine di regolamentazione giuridica a favore del software libero.

Restano però due problemi. Il primo è che la normativa vigente è utile sul lungo termine, garantendo che le nuove acquisizioni software facciano aumentare la presenza di software libero nella PA, portando tutti i vantaggi del caso (assenza di lock-in, riduzione dei costi, sovranità tecnologica, etc). Questo però non compensa l’assenza di una volontà politica di migrare al software libero, nel breve/medio termine, l’enorme quantità di software proprietario presente oggi nella PA. In questo senso il confronto con il caso francese che conosco bene è piuttosto triste: in Francia hanno una legislazione meno avanzata della nostra, ma sono molto più avanti sia nella prassi tecnica che nella volontà politica di migrare.

Il secondo problema è tipicamente italiano. Ora che abbiamo una buona normativa sull’argomento, la prassi seguirà? Oppure abbonderanno i tentativi di applicarla in maniera “furbetta,” quando non addirittura di ignorarla, contando sull’impunità o sulle lungaggini della nostra giustizia?


Simone Aliprandi e Carlo Piana

@simonealiprandi

@carlopiana


0 Commenti :

Commento

Captcha

A CURA DI CARLO PIANA

/media/5648275/piana.png
DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
Account twitter Account LinkedIn Feed RSS

Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu


C’è Pikaciu in giardino, chiama l’Avvocato!
21 luglio 2016

La pseudo-legge dei social network, tra utopia e anarchia
12 luglio 2016

Google AdWords, Siae, Soundreef: la concorrenza, questa sconosciuta
30 giugno 2016

ARCHIVIO