Startup che vivono sui confini del diritto: l’esempio di AirBnB

di a cura di Carlo Piana - 13 gennaio 2014

Si parla tanto di agenda digitale e di nuovi modelli di business che Internet consente, si decantano le magnifiche e progressive sorti delle startup. La realtà però sembra ben meno poetica. Di recente si è molto parlato di Uber, servizio di “taxi” prenotabile via Internet, bersagliato da mille interventi e in odore di scomunica per contrarietà alle norme iperprotezioniste del settore. Un altro bellissimo esempio di disintermediazione tipico di internet e della new economy, che però, portato sul territorio italiano, si scontra con alcuni limiti di non poco conto è AirBnB, dove “BnB” sta “Bed & Breakfast”: un settore in teoria liberalizzato anche da noi… ma lo è davvero?

Un giorno un amico appena tornato da un viaggio in Inghilterra mi parlò della sua idea di provare ad affittare una stanza di casa, prendendo proprio spunto da colui che lo aveva ospitato per quei quattro giorni britannici: un signore di mezza età che arrotonda il suo stipendio da insegnante affittando una stanza della sua casa abbastanza spaziosa e, su richiesta, anche vendendo ore di “conversation” agli stranieri. “L'ho scovato su AirBnB e mi sono trovato davvero bene” mi disse. Per chi non lo conoscesse, AirBnB è un sito che “ti permette di affittare una stanza in più o un intero appartamento in modo facile e sicuro. Registrarsi è gratis e, tramite la sua community, il tuo annuncio sarà visibile in tutto il mondo.” In sostanza una piattaforma che consente a chiunque disponga di una o più stanze libere di offrire un alloggio a potenziali ospiti provenienti da qualsiasi parte del mondo e di stabilire le condizioni del rapporto. La piattaforma permette sia di creare una specie di vetrina per il “venditore”, sia di raccogliere feedback e rating da parte degli ospiti. Il gestore della piattaforma, che si sostiene trattenendo una percentuale per ogni prenotazione, si preoccupa anche di fornire alcune garanzie, prima tra tutte una copertura fino a 700mila euro per perdite o danni dovuti a furti o vandalismo causati da un ospite AirbBnB e ad alcune cautele per evitare disdette senza preavviso (vedi apposita sezione del sito).

Quel mio amico, forse un po' ingenuamente, sottolineò: “non capisco come mai questa cosa non sia decollata qui in Italia, dove ci sono moltissime località turistiche”. Tralasciamo considerazioni sociologiche sulla privatezza dell’abitazione – con la crisi in molti hanno rispolverato il subaffitto di camere o posti letto –, sembrano militare contro tale attività fattori legali e fiscali, specie in un paese come il nostro dove l'iniziativa imprenditoriale è costantemente tenuta sotto osservazione da parte della burocrazia e del fisco. Quando questo fenomeno dovesse esplodere davvero in Italia già mi immagino le levate di scudi da parte delle associazioni di categoria degli albergatori, che – in effetti – nella loro attività sono sottoposti a continui controlli e a ferrea tassazione (compresa la famigerata “tassa di soggiorno”).

E in realtà anche i più liberali statunitensi hanno sollevato qualche perplessità. Un articolo uscito sul New York Times online lo scorso novembre ha messo in luce alcune tra le principali problematiche giuridiche: per esempio, a mettersi di traverso vi sono le norme sul subaffitto, le norme sulla sicurezza, le norme comunali che regolano le attività commerciali, fino ai regolamenti interni di alcuni condomini. Ma c’è da attendersi che se la cosa prendesse piede, qualcuno si inventerebbe ogni modo per zavorrare l’iniziativa in nome di nobilissimi principi quale la tutela dell’occupazione del personale degli alberghi o chissà quale altra scusa, come sta accadendo con i servizi di pubblicità via Internet (vedi alla voce “web tax”) e all’editoria elettronica (vedi alla voce “contributo per l’acquisto di libri cartacei”) per limitarci agli ultimi infausti esempi.

Poi la questione fiscale: nonostante non si tratti formalmente di una vera attività commerciale, alcuni degli utenti più gettonati hanno incassato cifre sostanziose; nell'articolo si sottolinea che “i primi 40 utenti AirBnB di New York hanno incassato ciascuno almeno 400 mila dollari nel corso degli ultimi tre anni, per un totale collettivo di oltre 35 milioni.” Cifre che in teoria dovrebbero essere dichiarate come reddito e tassate in qualche modo, anche se non sono facilmente inquadrabili nelle categorie esistenti.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi


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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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