Eppure il concetto di trasparenza sembra così trasparente

di a cura di Carlo Piana - 22 aprile 2014

Il “Decreto Trasparenza” (D. Lgs. 33/2013) è una legge fondamentale per l'apertura dei dati pubblici in Italia, che non fa altro che rafforzare e ribadire i principi fissati in materia di “open data by default” dal precedente Decreto Crescita 2.0 (vedi maggior dettagli). Gli open data, nelle intenzioni del legislatore europeo servono a creare un nuovo mercato nel riuso commerciale, accessibile a tutti e tendenzialmente gratuito, dei dati pubblici.

Come viene chiarito fin dall'articolo di apertura “la  trasparenza  è  intesa  come  accessibilità totale delle informazioni concernenti l'organizzazione e l'attività delle pubbliche amministrazioni, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull'utilizzo delle risorse pubbliche”.

Per rendere effettivo questo principio il testo normativo si preoccupa di stabilire alcuni obblighi inequivocabili a carico delle pubbliche amministrazioni. Ad esempio, si elencano in maniera chiara tutti i casi e le materie in cui vi è da parte della Pubblica Amministrazione (PA) competente un obbligo di pubblicazione dei dati; e d'altro canto si stabilisce che, nei casi in cui sia stata omessa la loro pubblicazione, chiunque ha il diritto di richiedere i medesimi attraverso l'istituto dell'accesso civico (art. 5).

Eppure alcune PA, anche di livello centrale, sembrano non aver recepito molto il messaggio e si disinteressano della citata innovazione legislativa opponendo una sorta di “riservatezza” su dati che formalmente sono tenute invece a fornire.

In un caso recentemente giunto a sentenza, il TAR Lazio ha avuto l’occasione di fornire una definizione concreta della portata delle nuove norme e specificamente dell'istituto dell'accesso civico.

Nella fattispecie Cittadinanzattiva, organizzazione di partecipazione civica per la promozione e la tutela dei diritti dei cittadini e dei consumatori, aveva fatto ricorso contro il diniego, opposto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, sull’istanza di accesso (avvenuta nel settembre 2013) alle informazioni contenute nell’Anagrafe dell’Edilizia Scolastica (istituita nel 1996), e di quelle raccolte attraverso la mappatura degli elementi non strutturali (prevista nel 2009). Lo scopo dell'ente non-profit, come emerge dalla sua dichiarazione era quello di “conoscere le reali condizioni degli edifici scolastici italiani non per creare allarme sociale né con intenti scandalistici ma solo perché cittadini ed istituzioni sapessero, dati alla mano, quanto grave fosse la situazione dell’edilizia scolastica italiana, così come i nostri Rapporti annuali dimostrano; quali fossero le priorità degli interventi, a quanto dovesse ammontare l’investimento complessivo per la messa in sicurezza. Non siamo mai stati ascoltati.

Adesso un giudice ha obbligato ad ascoltarli e a fornire i dati richiesti ai sensi dell'articolo 5, che – ricordiamolo – sancisce che “la richiesta di accesso civico non è sottoposta ad alcuna limitazione quanto alla legittimazione soggettiva del richiedente, non deve essere motivata ed è gratuita”; e obbliga di conseguenza  l'amministrazione a pubblicare entro trenta giorni il documento o l'informazione richiesta.

Mi chiedo: al Ministero non potevano semplicemente leggere la norma invece che resistere alla pubblicazione fino all'instaurazione di un giudizio amministrativo, che è sempre e comunque dispendioso per tutti?

Al di là di queste considerazioni, adesso la sentenza ha sgombrato il campo da dubbi interpretativi e quindi ci ha confermato l’effettiva portata delle norme sulla trasparenza e sui dati aperti fissate in questi ultimi anni.


Simone Aliprandi

@simonealiprandi


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1 Commenti :

Inviato da Giovanni Battista Gallus il 22 aprile 2014 alle 11:12

Caro Simone, la sentenza del TAR Lazio è interessante come aspirazione a cui tendere (laddove parla di "obbligo generalizzato di pubblicazione esteso a tutte le banche dati"), e quasi anticipa il contenuto della direttiva 37/2013, ma mi pare assolutamente errata, a normativa vigente. In primo luogo, l'art. 52 del CAD, nella parte in cui obbliga alla pubblicazione del "catalogo" delle banche dati, potrebbe addirittura essere stato implicitamente abrogato, laddove impone la pubblicazione nella sezione «Trasparenza, valutazione e merito» che è stata soppressa dal D.lgs 33/13. In secondo luogo (e l'argomentazione mi pare non superabile) la sentenza confonde "il catalogo dei dati, dei metadati e delle relative banche dati in loro possesso" con il contenuto delle banche dati stesse. L'art. 52 non obbliga alla pubblicazione del contenuto, ma alla pubblicazione del catalogo...E mi pare una differenza non da poco. Insomma, alcuni hanno parlato di "TAR by default": io ripartirei da una lettura coordinata delle norme che, comunque, non sono certo di facile interpretazione.

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A CURA DI CARLO PIANA

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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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