Google, dalla sentenza della Corte di Giustizia un suggerimento per la webtax?

di a cura di Carlo Piana - 19 maggio 2014

Parecchio rumore ha creato in questi giorni una sentenza della Corte di Giustizia che considera "trattamento di dati personali" ogni informazione indicizzata dal motore di ricerca (il caso riguarda Google, ma la situazione non cambia se parliamo di Bing, Yahoo!, DuckDuckGo, eccetera).

Le implicazioni sono enormi, visto che centinaia di milioni di persone in Europa potrebbero in teoria rivolgersi al titolare e richiederne la rimozione. Come effettivamente sta già accadendo e come ha fatto il povero signor Gonzales: ora il contenuto degli articoli che lo stesso voleva non venissero indicizzati, ora sono conosciuti da tutti. Si chiama "Effetto Streisand", che chiunque si occupa di reputazione online conosce.

La sentenza dice cose molto importanti, però, non solo sul signor Gonzales, né solo sulla protezione dei dati personali, parla di "stabilimento" (cosa significa essere stabiliti in Europa), e lo stabilimento è un concetto chiave.

Devo subito denunciare un conflitto di interessi. Io ho assistito diverse parti in passato in una serie di vicende simili, note al pubblico degli addetti come "la giurisprudenza di Milano su Autocomplete". Per inciso: se cercate su Google, quella che trovate quasi unicamente è per una strana congiunzione astrale l'unica ordinanza che non segue tale giurisprudenza, ovvero quella del marzo 2013, che poi è stata ribaltata in sede di reclamo. Siccome ho utilizzato alcuni dei principi confermati dalla sentenza per la tutela dei miei clienti, compresa la giurisprudenza del Garante spagnolo, debbo astenermi da valutazioni personali; cerco dunque di limitarmi ai nudi fatti.

La sentenza è intanto una di quelle che fanno sul serio diritto, non solo "giurisprudenza". Si tratta di un rinvio pregiudiziale da parte di un giudice nazionale per sapere come, alla luce della Direttiva Privacy, deve essere interpretata la normativa. La sentenza emette dunque un principio di diritto al quale tutti i giudici nazionali debbono conformarsi. Quello è il diritto comunitario applicabile.

La sentenza stabilisce che, oggettivamente, se un motore di ricerca raccoglie, memorizza, ordina e fornisce al pubblico informazioni riferibili a una persona fisica, questo è un trattamento di dati personali. Per far sì che questo trattamento sia rilevante ai fini della tutela data dalla direttiva occorre però un altro requisito: che sia effettuato da un soggetto stabilito o avvenga con strumenti collocati in uno stato dell'Unione.

Gli strumenti per il trattamento sono, sostanzialmente, i server di Google, principalmente collocati negli Stati Uniti. In alcune pronunce e documenti ufficiali del gruppo dei Garanti (Working Party ex art. 29) per la verità si è posto in dubbio che questa sia tutta la storia, ma diamo per scontato che sia così; la sentenza non ne parla diffusamente (personalmente mi pare che la posizione europea sia quanto meno debole). Per cui resta da vedere se il titolare del trattamento è un soggetto stabilito.

Google Spain esiste, è una società dotata di personalità giuridica, controllata da Google Inc. È abbastanza pacifico che Google Spain non entri nelle scelte tecniche o giuridiche, né prenda parte, all'indicizzazione e al resto delle attività. Non è il titolare del trattamento. Tuttavia, ha l'incarico per conto della Inc. di promuovere la raccolta pubblicitaria per finanziare l'attività il cui prodotto per il cliente finale è appunto la ricerca di contenuti pubblicamente accessibili. Il nesso finalistico tra l'attività di una e quella dell'altra società, all'interno di un unico centro di interesse economico, è sufficiente per il Giudice europeo a far ritenere che «qualora il gestore di un motore di ricerca apra in uno Stato membro una succursale o una filiale destinata alla promozione e alla vendita degli spazi pubblicitari proposti da tale motore di ricerca e l’attività della quale si dirige agli abitanti di detto Stato membro [...] un trattamento di dati personali viene effettuato nel contesto delle attività di uno stabilimento del responsabile di tale trattamento nel territorio di uno Stato membro».

Da ciò consegue che la persona interessata abbia i diritti che poi la Corte segnala, tra cui quello di far rimuovere alcuni risultati dall'elenco di quelli ottenuti a partire dalla ricerca tramite il nome della persona e i link alle pagine che riportano dati sull'interessato, qualora questi lo chieda. Anche quando tali pagine riportino legittimamente notizie sullo stesso interessato.

Ma la questione ha portata più ampia. Se un criterio tutto sommato civilistico può essere rinvenuto per cui, se il gruppo ha una società sul territorio che vende spazi pubblicitari per conto della capogruppo o di una capogruppo europea, allora è possibile che tale criterio si applichi anche alle altre aree per cui lo stabilimento è rilevante. Per esempio per la tassazione dei proventi di tale raccolta pubblicitaria. Non argomento a partire dalle attuali normative sulla doppia imposizione comunitaria, fuori del mio campo di esperienza. La sentenza tuttavia sembra suggerire che sia possibile almeno modificare la legislazione attuale nel senso di prevedere che tale stabilimento sia utilizzato come criterio per definire imponibile sul territorio l'attività di vendita di spazi pubblicitari poi resi in regime di libera prestazione di servizi.

Tale soluzione sarebbe di certo più elegante che imporre improbabili richieste di limitare a soggetti che abbiano una partita Iva italiana la possibilità di comprare pubblicità online, come era previsto dalla versione originale della "Webtax", che inseguiva un obiettivo probabilmente commendevole (far pagare le giuste tasse a chi si arricchisce sul territorio), con strumenti che avrebbero esposto l'Italia a pesanti conseguenze internazionali per la violazione dei Trattati costitutivi dell'Unione. Mentre, almeno mi pare, una sentenza che non c'entra praticamente niente mostra quale possa essere la via per una tassazione più equa e che non limiti la libertà degli imprenditori di comprare servizi di pubblicità da chi vogliono: da Google se Google fa al caso loro, non solo dagli editori tradizionali, i "mandanti" della "webtax", che è ancora oggi sul tavolo.

 

Carlo Piana

@carlopiana

 

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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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