La biblioteca digitale effimera: un problema di “esaurimento”

di a cura di Carlo Piana - 30 giugno 2014

A casa ho una piccola biblioteca privata che farebbe invidia ad un filologo collezionista di libri d'epoca. L'esemplare più antico che ho è un’opera omnia di Francesco De Lemene, un codex perfettamente rilegato e conservato, risalente alla fine del 1600; poi ho varie edizioni a cavallo tra la metà del 1700 e i primi anni del 1900. È una collezione che apparteneva ad un mio vecchio prozio, che la passò a mio nonno paterno e così via. Questo mi permette non solo di poter apprezzare oggetti di tal pregio e toccare con mano come si è evoluta l'industria editoriale, ma anche di sapere quali fossero i gusti letterari di un mio antenato che per ovvie ragioni non ho potuto conoscere.

Ogni tanto però, nei miei deliri da giurista dell'era digitale, mi viene da pensare che i miei nipoti probabilmente non avranno questo piacere. Attualmente infatti sono più i file che sto accumulando sul mio hard disk che i libri cartacei che sto ammassando sugli scaffali di casa.

Se n'è già parlato più volte negli anni passati, in particolare in occasione di un caso limite in cui Amazon ha effettivamente chiuso l'account di un utente facendo così sparire tutti i file presenti nell'account; o più propriamente non permettendo più all'utente di accede ai contenuti che aveva acquistato.

È un segno del cambiamento radicale che sta subendo il modello di distribuzione di opere dell'ingegno e di conseguenza di una nuova interpretazione e applicazione del concetto di copyright. Sparisce la copia e quindi sparisce (o quantomeno passa in secondo piano) il diritto di fare copie e distribuirle (da cui appunto “copy right”); e il tutto si sposta dall'acquisizione di copie di opere all'accesso alla fruizione di opere.
Il passaggio è davvero radicale e rivoluzionario e se spostiamo la riflessione su un piano tecnico-giuridico ci è più agevole comprendere quali siano le ripercussioni dal punto di vista della gestione dei diritti d'autore e connessi.

Ad essere messo in discussione è uno dei principi cardine del diritto d'autore chiamato “principio dell'esaurimento”, dove l'esaurimento non è tanto quello nervoso dei giuristi che devono dipanare questo nodo, ma quello dei diritti vantati sulle opere dell'ingegno. Secondo questo principio, in sostanza, con il primo atto di vendita al pubblico si esaurisce la possibilità di un titolare di copyright di controllare la vita della singola copia della sua opera.

In altre parole, nel momento in cui io compro l'ultimo best seller di Ken Follet in libreria, versando il prezzo di copertina al libraio verso anche la percentuale spettante all'autore, al traduttore e all'editore per i loro diritti e da quel momento loro non possono più pretendere di controllare gli usi che io faccio di quella singola copia. Potrei regalarla, potrei rivenderla ad un mercatino dell'usato, potrei usarla per fare spessore tra una porta e il suo stipite o addirittura bruciarla nel camino per far attecchire il fuoco... oppure potrei conservarla nella mia biblioteca di casa e lasciarla quindi in eredità ai miei successori. Il libro cartaceo con l'atto della prima vendita diventa un oggetto di mia proprietà; pur contenendo un'opera dell'ingegno con diritti non ancora scaduti, i titolari dei diritti non potranno mai venire a casa mia a controllare che tipo di uso sto facendo di quel singolo pezzo di carta.

Ora si capisce più chiaramente che acquistare un ebook su Amazon non equivale affatto ad acquistare il relativo libro cartaceo; e il ragionamento vale ovviamente anche per tutti i servizi equivalenti che abbiano adottato condizioni di “vendita” simili ‒ famoso il caso di iTunes “citato” da Bruce Willis, altri invece consentono lo scaricamento di contenuti digitali con o senza protezione di copia, e non causano la perdita del contenuto allo scadere del contratto. Le due azioni sono commercialmente ma soprattutto giuridicamente diverse, benché nel nostro immaginario siano l'una evoluzione dell'altra. Anche perché in tutti questi servizi che vendono l'accesso a opere dell'ingegno dietro l'attivazione di un account personale in cui la copia viene “prestata” non entrano in gioco solo le regole del diritto d'autore ma entrano in gioco anche le regole interne del servizio, che l'utente accetta all'attivazione dell'account e che quindi sono sorrette più che altro dai principi del diritto contrattuale. La chiusura dell'account al verificarsi di alcuni comportamenti da parte dell'utente e la mancata possibilità di “passare in eredità” il proprio account (che resta comunque personale) sono proprio tra quelle fattispecie regolamentate da specifiche clausole dei termini d'uso e non tanto da norme di legge.

È da notare che, almeno con l’ultima versione del Codice del consumo, il fatto che l’acquisto non dia il diritto di proprietà sulla copia acquistata, ma solo a detenerla finché alcune condizioni saranno verificate, deve essere chiaramente fatto presente al consumatore, dubitandosi persino del fatto che tale operazione possa essere chiamata “vendita”. In particolare, il Codice del consumo ha un’espressa previsione che prevede una chiara informativa anche «sulla funzionalità del contenuto digitale, comprese le misure applicabili di protezione tecnica», ovvero proprio il caso dei DRM (art. 49.1 lettera t Codice del consumo).


Simone Aliprandi

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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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